— Ah, delizioso, il chinino! — esclamai. — Con quello, almeno, si sa dove si casca. —
Per conto mio non ne sapevo nulla. Non avevo mai provato febbrifughi, non avendo avuto mai febbre.
Dicevo così, per dire; volevo far l’uomo ancor io, adattandomi di buon animo al mio nuovo mestiere d’ammalato. Incominciavo bene, del resto; con un caso dei soliti. Eh, lo avevo ben capito io, che era dei soliti! Da due giorni ne portavo il sospetto, anzi più che il sospetto in corpo. La mattina dell’Avvento, uscendo di casa, e proprio sul punto di mettere il piede sulla soglia del portone, una cosettina da nulla, ma fredda, sottile come la punta di un ago, si era mossa dai portici dell’Accademia, venendo diritta diritta a colpirmi in bocca, sebbene tenessi chiuse le labbra, e scendendo giù giù fino alla laringe.
A tutta prima avevo detto: ci siamo! Poi me n’ero dimenticato; tanto che l’umor nero ond’ero stato preso quel giorno, e più il giorno seguente, che fu quello di Natale, io non dubitai di attribuirlo alle strenne, vecchia lebbra delle razze indo-germaniche, a cui non si è ritrovato ancora un rimedio. Ma la sera del 26, mentre cercavo d’ingannare con qualche sana lettura una vaga inquietudine interna, ecco un tremito improvviso delle membra, un batter di denti, un sussultare di tutte le articolazioni; e bisognò correre a letto, urtando di qua e di là, battendo delle ginocchia a tutti gli ostacoli, rabbrividendo, traballando, stracciando lì per lì quel che non si poteva sbottonare. E subito roba addosso, coperte, scialli, guanciali, con acqua calda ai piedi, a mala pena fu possibile averla.
Era un caso dei soliti, e domandò a gran furia il solito insaccamento dell’antipirina. Maledetta! debbo io lodarmene? Certo, se per mio bene o per mio male non so, il primo ufficio suo fu quello di abbattermi; e il secondo fu quello di scindere la mia unità in due persone, una delle quali vedeva nell’altra, e non aveva ragione di esserne contenta. Il midollo del mio cervello era così disgregato, e i suoi grumi così rappigliati, rassodati e sonori, che mi parevano manciate di pallini da caccia, saltellanti e risonanti sulla pelle tesa di un tamburo. Povero cervello, ridotto in gragnuola! Già io lo avevo sempre pensato, che non fosse da farne gran conto. Dirò di più: non avevo mai avuto una grande opinione del cervello, fisiologicamente parlando. Nei primi anni della mia giovinezza mi piaceva abbastanza fritto; ma poi, quando ebbi veduto nelle scuole di anatomia che per fibra, consistenza e colore non correva quasi divario tra quello del vitello e quello dell’uomo, rinunziai volentieri al cervello. Avrei per analoghe ragioni rinunziato anche alla carne, se i medici non mi avessero assicurato a gara che quella del bue è superiore di gran lunga alla nostra, checchè voglia indurre in contrario la filantropofagia moderna.
Antipirina, antipirina, anche tu sei passata. Mi avevi abbattuto senza guarirmi, senza levarmi la febbre dalle ossa. Sentivo parlare intorno a me di certe linee del termometro, che erano sempre quattro o cinque più del bisogno; e allora mi ficcarono in gola dei bocconi a gran pezza più amari. Quei bocconi furono il viatico e il principio di uno strano viaggio. Per dove? non so; ma ricordo che andavo con una velocità spaventosa, avanti e indietro, a lunghi tratti, come una spola. Quante braccia di tela ho tessuto? Ecco un’altra notizia che mancherà alla statistica del lavoro in Italia. So bene che ad ogni tornata mi toccava di passare per una cruna, e di assottigliarmi maledettamente, per non cozzare contro le pareti di quella fessura metallica.
Il giuoco fu lungo, assai lungo; non ebbe termine se non quando mi fui rassegnato. Ma non cessò altrimenti il viaggio: bensì dalla linea orizzontale che andavo descrivendo con tanta regolarità, passai a descrivere una parabola. Un altro bel gioco, per gli Dei immortali! Ero spinto come da un saltaleone, operante sotto ai miei piedi; spinto in aria a gran forza, e scaraventato verso la costa di una montagna brulla, arsiccia, di colore ferrigno. Quante volte non ho creduto di scavezzarmi il collo, battendo in quelle gibbosità rupestri! Ma no, proprio a fior di terra, combinavo sempre certe buche tondeggianti, profonde, bianche come gole di coccodrilli; c’entravo a tocca e non tocca, e andavo giù giù, per centinaia di metri, fino a tanto il restringersi del foro non mi facesse combaciare le spalle con la parete dell’imbuto. Come si respirasse là dentro non domandate a me, che avevo ben altri pensieri pel capo. Prima di tutto, come uscire di là? Rinunziavo, naturalmente ad ogni tentativo di spingermi indietro, specie dopo aver veduto che ogni movimento di ginocchia o di spalle non faceva altro che mandarmi più addentro.
È nell’uomo una virtù maravigliosa di adattamento agli ambienti; ed io mi adattai a star là capofitto nell’imbuto. Ma proprio allora, salì come una effervescenza di vapori dal fondo; una forza repulsiva mi mandò fuori; mi sentii slanciato in aria, e ricollocato pari pari sul mio saltaleone. S’intende che il saltaleone mi risospinse in aria, facendomi descrivere la stessa parabola di prima; donde il rimbalzo alla montagna e il conseguente ingresso nella buca. Di questi giuochi avanti e indietro ne feci tanti, che incominciai a maravigliarmi di me stesso e della mia precisione parabolica. E mai uno scatto di qua o di là; andavo e tornavo ch’era un piacere a sentirmi. Se avessi potuto egualmente vedermi!... Ma ecco, ne feci bassa una, e non combinai più la mia buca. Istintivamente misi avanti le mani, per non ispezzarmi la fronte nel macigno; e così mi salvai da un pericolo, ma per dare in un altro, ugualmente terribile, se non forse di più. Sdrucciolavo per la costa del monte; e la costa scendeva giù ripida, senza offrirmi un appiglio. «Sire Iddio!» aveva potuto dire a’ suoi tempi Carlo d’Angiò «fate che il mio calare sia a petitti passi». Io calavo a sbalzi, a mezzi cerchi, a salti mortali. A un certo punto sentii mancarmi la terra sotto i piedi; con le mani convulse tentai di aggrapparmi a qualche cosa; afferrai un ramo di tamerice, o d’altro arbusto che fosse, restando là, sospeso sull’orlo dell’abisso, mentre sotto di me rumoreggiava cupamente il mare, mandando in alto larghi sprazzi di schiuma. Intanto sotto il mio pugno incominciava a cedere l’arbusto, e sotto il mio fianco si sgretolava il galestro. Che fare? Oh, al diavolo la smania di vivere! apersi le mani, e mi lasciai cadere nel vuoto. Che precipizio fu quello!... E non toccavo mai fondo. Per contro, mi toccava il polso l’amico dottore, chinando la faccia sorridente al mio capezzale:
— Ebbene, come andiamo? — mi diss’egli, tanto per cominciare.
— A grande velocità; — risposi. — Ma come è lungo il morire!