—Cosma impara lingua di Haiti. Ieri, appena ritornato dalla fortezza, Cosma cercò amico Cusqueia, dicendogli: voglio imparare tua lingua.

—Ieri!—esclamò Damiano.—Ieri Cosma è disceso a terra?

—Sì, Cosma disceso; Cosma salito al bohio di Guacanagari; poi venuto cercare Cusqueia, per imparare lingua di Haiti.

—Strano!—mormorò Damiano.—Ed io non l'ho veduto. È vero che io sono andato alla fortezza un po' tardi. Ma egli poteva andare prima di [pg!244] me dall'almirante; e non c'è andato. Se ci fosse andato, me ne sarei avveduto dai discorsi del nostro grande concittadino.—

Tutti questi ragionamenti interiori non cavavano un ragno da un buco. Damiano rinunziò a capir la ragione della gita di Cosma.

—E tu?—diss'egli allora a Cusqueia.—Che cosa hai fatto?

—Io ho insegnato a Cosma: tante parole, come a te. Cosma le ha scritte, coma hai fatto tu.

—Ah, bene!—borbottò Damiano;—Cosma vuol fare un gran profitto in breve ora.—

Ma che altra novità era quella, che Cosma volesse imparare la lingua di Haiti? Scendere a terra, senza averne accennato pur l'intenzione, non era ancor nulla a petto dello studio d'una lingua, per cui non aveva mostrata mai nessuna propensione. L'idea di muoversi da bordo poteva essergli venuta lì per lì, forse per seguire e per vigilare l'amico, o per andargli a fare un cattivo servizio presso l'almirante. Questo, anzi, egli lo aveva lasciato capire abbastanza. Sceso a terra, si era pentito; non aveva spiato Damiano, non aveva cercato di parlare all'almirante; e questo vero o falso che fosse, si poteva argomentare dal fatto. Ma imparare la lingua di quei selvaggi, e proprio sugli ultimi giorni di dimora in quell'arcipelago, era un negozio molto più difficile ad intendersi. Damiano non poteva aver pace, fino a tanto non ne vedesse l'acqua chiara.

Ritornò a bordo. Cosma era là, occupato a lavare il cassero di poppa; e pareva che esercitasse il comando, tanta era la dignità con cui adempieva l'uffizio.