—Ebbene, farò questo piacere.... a Tolteomec;—conchiuse Damiano.—Abarima, Abarima! tu non sei oggi come ieri. Ma già—soggiunse egli, nel suo vernacolo,—son pazzo io a volere che una donna sia due giorni alla fila dello stesso pensiero. Questa qua aspetta che il grande Spirito abbia dato il responso. Sente il marito in aria, e si tiene in riserbo.—

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Uscito sulla piazza del villaggio, Damiano si abbattè in Cusqueia. Il naturale di Cuba andava impettito e superbo, argomento di ammirazione a tutti i sudditi di Guacanagari, per una camicia bianca che aveva indossata.

Damiano non aveva mai veduto Cusqueia in quell'arnese. Non sapeva, non avrebbe immaginato mai, che l'interpetre di Cuba possedesse una camicia.

—Ma bene, Cusqueia!—gli disse, rispondendo al suo saluto.—Chi ti ha vestito così nobilmente?

—È stato Cosma;—rispose Cusqueia, facendosi bello.

—Cosma!—esclamò Damiano, inarcando le ciglia.—Cosma, che ha due sole camicie nel suo fardello, come tutti noi, del resto.... Cosma ne ha data una a te?

—Cosma buono!—rispose Cusqueia.

—Eh, non dico di no; ma quale servizio gli hai reso, per meritarti la sua camicia..... di rispetto?—

L'interpetre, naturalmente, non capì il «rispetto» con cui i marinai genovesi intendevano ed intendono ancora di dire «ricambio». Ma intese sempre ad occhio e croce il pensiero di Damiano, e ingenuamente rispose: