Ciò detto per metà ad alta voce, e trattenendo il resto nella chiostra dei denti, Damiano scavalcò il capo di banda e saltò nella piroga.
—Ora, facciamo giudizio;—mormorò egli mentre lo schifo scivolava leggero sull'acqua.—Prima di tutto, niente a quella capricciosa principessa, che possa metterla in sospetto. Già, col poco che so della lingua di Haiti, potrei fare poco lungo discorso; non potrei di sicuro addentrarmi nelle sottigliezze di una conversazione agrodolce.—
Prima ch'egli giungesse al bohio di Guacanagari, Damiano aveva stabilito il suo disegno di battaglia. Per verità, egli si disponeva ad usare di tutte armi, e la coscienza gli rimordeva un pochino.
—Oh, infine!—esclamò, dando una scrollata di spalle.—La mia è difesa legittima. Un uomo mi [pg!251] vuol mettere il piede addosso, ed io non devo mandarlo a gambe levate? S'intende che io metterò mano agli estremi spedienti solo nel caso che egli abbia veduta Abarima. Se l'ha veduta, il suo intento di nuocermi è chiaro, ed io non debbo più usare riguardi.—
Si, tutto bene; ma come sapere se Cosma avesse veduto Abarima? Sospettarlo non bastava; era necessario di averne certezza. Ora, con una donna, sia pure selvaggia, non c'è mai verso di sapere quel che vi preme. Le accennate in coppe, vi risponde bastoni.
Poco sicuro del modo in cui avrebbe condotte le prime avvisaglie, Damiano salì al villaggio di Guacanagari; e come fu sulla piazza, si volse alla casa di Tolteomec. I servi stavano certamente in vedetta, perchè due naturali, che si stavano soleggiando all'aperto, entrarono subito in casa, e poco stante apparve il vecchio sull'uscio.
—Mandavo a cercare di te,—disse Tolteomec.—È l'ora di metterci a tavola.
—Ah si? molto bene!—rispose Damiano, affrettando il passo.
L'accoglienza festosa del vecchio gli parve di buon augurio. Entrò più allegro nella casa ospitale.
—Purchè tu non mi stia sempre alle costole, benedetto patriarca!—diss'egli tra sè, muovendo verso la sala del banchetto, che era già tutta preparata come pochi giorni addietro.