Abarima comparve, più bella che mai e con un'altra ghirlanda di fiori sulle chiome nerissime. Sorrise all'ospite, parve anche guardarlo con attenzione, tra curiosa e benevola, come le donne usano, che non si sa mai quale sentimento sia il vero.

Damiano, per altro, non ci badò tanto nel sottile. Era in presenza della donna amata, la vedeva sorridere [pg!252] e dimenticava volentieri una parte delle sue inquietudini. Aggiungete che a tavola trovava il medesimo posto al fianco di Abarima, e immaginate che egli fosse molto disposto a dimenticare anche l'altra metà.

Un pranzo non si racconta, se non quando sia da trarne occasione per descrivere le sensazioni gastronomiche dei personaggi. Del resto, il pranzo è sempre eccellente, fosse pur quello di un avaro, quando l'ospite è innamorato, e siede accanto a lui la donna ch'egli ama. Se a Damiano avessero servito in tavola un coccodrillo arrosto, metto pegno che il nostro eroe non ci avrebbe badato. Se poi gli avessero domandato come lo trovasse, di sicuro avrebbe risposto: squisito! Un pranzo è come il tempo, che si tinge sempre del colore dell'anima nostra. Il cielo è sempre azzurro, quando siamo al fianco di una cara creatura.

Or dunque, poichè torna inutile raccontarlo, finiamola con questo pranzo di Tolteomec. Abarima si è alzata, e Damiano la segue all'aperto. Ella prende un canestro di vimini, in cui sono parecchi manipoli di filamenti erbacei, disseccati e tutti di variati colori; snoda due o tre manipoli, prende alcune fila tra le dita, e si mette ad intrecciarle. È quello il suo ricamo. Damiano vuole imparar l'arte, o dice di volerla imparare, e prende occasione da questo suo desiderio, per aver sempre la faccia china sul braccio della bella selvaggia.

Tolteomec stette un pochettino a vedere. Ma egli non ci aveva le stesse ragioni, per imparare a tessere una stoia. Perciò si mosse di là, e andò in casa a prendere alcune foglie secche, arrotolate in forma di fusi.

—Ne vuoi?—diss'egli, ritornando, e offrendo uno di quegli arnesi a Damiano.

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Damiano fece un gesto di orrore.

—No, grazie;—rispose.—non mi piace.

—Molto buono!—disse Tolteomec.—Questo discaccia dalla casa gli spiriti della sera.