—Per cacciare i miei ci vuol altro!—rispose Damiano.

Ma egli aveva parlato nel suo vernacolo genovese. Col gesto, intanto, ringraziava, ricusando l'offerta.

Tolteomec si fece portare dei carboni ardenti dal focolare domestico, accese la sua foglia, e poscia si allontanò. Aveva sulla piazza i notabili del villaggio, e se ne andava volentieri a barattare due chiacchiere con loro. I vecchi, si sa, hanno poco a mettere del proprio nei discorsi dei giovani. Così restarono soli sul prato Abarima e Damiano.

—Voglio imparare a tessere le stoie;—aveva detto Damiano, stringendosi più presso alla fanciulla.

—È facile;—rispose Abarima.—Vedi, come si fa?

—Vedo, ma bisognerebbe avere le tue mani. Con la tua sveltezza, del resto, e con la tua grazia, credo che non lavori nessun'altra donna.—

Abarima crollò il capo, e sorrise. Damiano incominciò a pensare di essere corso troppo innanzi coi sospetti.

E si accostava via via. Ma si accostò forse un po' troppo, ed ella incominciò a trarre indietro la spalla ignuda, su cui veniva a morire l'alito caldo della belva umana. Egli finse di non avvedersi dell'atto, e si avvicinò tanto, quanto ella si era tirata indietro. Abarima non poteva ritirarsi dell'altro, senza rimuovere il sedile. Perciò si volse a lui e gli disse:

—Per imparare a tessere le stoie, puoi stare anche più in là.

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