—Tu?—disse Cosma.
—Certamente, io. E nota che il più l'ho da vivere ancora, se la Parca mi fila giustamente la mia parte di lino.
—Ma che faresti tu qui? Dormiresti sempre?
—Oh questo poi no. Vorrei anzi vegliare, vegliar molto, al fianco d'una bella castellana....
—Che non hai pensato a condurre con te.
—Nella speranza di trovarla sulla faccia del luogo;—rispose Damiano.—Che pensi? che ci siano donne solamente nel vecchio mondo?
—Io non pretendo questo.
—Ah, volevo dire! Mi potresti invece osservare, e con più ragione, che non c'è da sperar castellane, in questi luoghi, perchè non ci sono castelli. Ma un castello me lo fabbrico io tutte le volte che mi pare, e una volta sempre meglio dell'altra. Del resto, dove andiamo noi, di questo passo? Cioè, mi spiego, dove ripiglieremo ad andare, quando spunterà l'alba dai lidi Eòi.... che per noi sono le acque dell'Oceano? Alla corte del gran Cane, io m'immagino. Il gran Cane, per far che faccia, non sarà così cane da ricusarmi la mano di sua figlia. Mi dirai che potremmo dar del capo alla corte del Prete Janni: la qual cosa mi piacerebbe meno, perchè i preti non fanno famiglia. Ma egli, per bacco, vorrà avere un ministro, dei gran signori, dei principi assistenti al soglio. Vedrai, Cosma; figlia di re, o figlia di principe, la prima bellezza che mi capita tra i piedi paga il tributo del Nuovo Mondo al tuo amico Damiano.
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—Uomo volubile!—esclamò Cosma.