—Meglio, se mai!—disse Damiano.—Ti raccomando la proprietà della lingua.
—E meglio sia;—disse Cosma.—Tu dunque lo ammetti, di essere diventato troppo tenero? E ti capisco, sai? ti capisco.
—Ah sì, sentiamo che cosa capisci.
—Che tu cerchi di passarla, di obliare, di affogare i tuoi dolori nelle pazze avventure, come un altro li affogherebbe nel vino.—
Damiano stette un poco in silenzio; tanto che l'altro immaginò di essersi apposto al vero.
—È così,—riprese Cosma,—non puoi negarlo.
—Senti,—rispose pacatamente Damiano,—t'inganni. Ma già, è il tuo costume. Tu hai preso sempre lucciole per lanterne, mio buon amico. Ti ricordi, a Pavia, di quella bella dama che vedevamo là, dalla Torre del pizzo in giù? Una volta ebbe a dirtelo chiaro e tondo: Messer Gi.... oh scusami! volevo dire: messer Cosma.... dove avete la testa? E a me la divina signora Eleonora soggiungeva in [pg!140] disparte: «il vostro amico non è mai presente a quel che dice, nè a quello che fa; perchè studia la medicina? non potrebbe studiare l'astrologia, o la cabala?»
—Tira via!—disse Cosma.—È storia antica.
—E di tutti i giorni, per te. Le alte cagioni che la signora Eleonora non sapeva, persistono. Tu sei l'uomo dell'unico amore, ed io non te ne faccio le mie congratulazioni; no, perchè tu sei un malato cronico. E vuoi che tutti siano malati come te. No, caro; io son risanato. Che cosa t'ho a dire? avevo il petto sano, io. Sicuramente, ho sofferto ancor io la mia parte; ma poi ho fatto un ragionamento.... Hai tu mai osservato, Cosma, che la filosofia è la pietra di paragone dello spirito? Quando un uomo può filosofare, è forte; quando non può più filosofare, è fritto.
—E tu hai sempre filosofato!