—Non dir sciocchezze, via! Per una che ha preso questa cantonata, c'è da fare un trattato? Samana ha commesso l'errore; Caritaba lo ha riparato.
—Ah sì, parliamo di Caritaba! Che cosa n'ho [pg!142] avuto? Un pappagallo; un pappagallo che, bontà sua, mi ha levato l'incomodo la mattina seguente, rivolando alla spiaggia.
—E dovevi tenerlo per tutta la vita sul cuore!
—Già, per farmi beccare il costato, come un altro Prometeo! Non più pappagalli, mio caro, nè avvoltoi, nè altre bestie che ti rodano il cuore. Ce n'ho già abbastanza della gelosia che m'inspirano i biondi. Tu mi guardi, Cosma? Ebbene, sì, questa è la verità; non ero geloso di te, in Europa, e mi pare di avertelo dimostrato, da galantuomo; sono geloso qui, dei tuoi capelli biondi e della tua aria da serafino. Anzi, senti, volevo dirtelo l'altro giorno, e poi mi sono pentito; facciamo ancora una prova, ho detto tra me.... Se la prova mi viene come a Bohio, ti pregherò, caro amico.... quando ci siano spedizioni da fare, ti pregherò con molto garbo, a discendere a terra tu solo, o di lasciare che scenda solo io, per correre la mia ventura da solo.
—Matto!—disse Cosma, sorridendo.
—Ah sì, matto mi chiami? Così tu potessi chiamarmi biondino!
—Pure,—ripigliò Cosma,—la tua tesi non regge. Giulio Cesare, di cui vorresti augurarti le fortune, aveva neri i capelli.
—Non mi parlar di Cesare; quello era calvo come un ginocchio; tanto che gli permisero di metter corona d'alloro.
—Augusto, allora.
—Lascialo stare; doveva esser calvo anche lui. Non ti ricordi che portava sempre il cappello in testa, perfino quando era nelle sue camere, per paura d'infreddarsi? Lo racconta Svetonio. Parlami dei biondi, Cosma; parlami d'Apollo.