—Apollo.... è il sole. Rammenta la sua bella statua di bronzo dorata, che ammiravamo a Pavia.

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—Il Regisole, sicuramente. E vorrei avere i suoi capelli d'oro, e durar come lui. Ti vorrei vincere, allora! ti vorrei sopraffare!—

Cosma sorrideva dei pazzi discorsi di Damiano. Intanto, con quei discorsi, non si era veduta la strada. Ma di questa si davano pensiero i tre Spagnuoli e l'interpetre.

—Signori,—disse Rodrigo Escobar, rivolgendosi indietro,—voi siete molto allegri, quest'oggi!

—E come no, don Rodrigo?—disse di rimando Damiano.—Si va alla corte di Guacanagari, un re potente e ricco, che vorrà, speriamo, accoglierci degnamente.

—E voi vi preparate all'udienza,—ripigliò l'Escobar,—parlando tra voi una lingua.... una lingua....

—Indiavolata, volete dire? Badate, don Rodrigo: è lingua genovese, e molto somiglia alla catalana.

—Non mi pare. Del catalano qualche cosa capisco; del vostro genovese non capisco niente.

—Quanto avete guadagnato, don Rodrigo!—esclamò Damiano.—E quanto abbiamo guadagnato noi!—soggiunse egli mentalmente.