L'invito era pieno d'ardore e di tenerezza. Ma la signora Caia nicchiava. Ed anche questo era d'obbligo; dovendosi intendere che la pudica fanciulla entrasse di mala voglia in una casa, dove, anche padrona, aveva a perdere qualche cosa del suo. Ora, la bella etèra di Corinto doveva far tutto romanamente quel giorno, anche a risico di veder ridere i maligni.
Tizio Caio Sempronio era lì pronto, per tutti i casi difficili.
— La soglia della casa maritale è consacrata a Vesta, la castissima Dea; — entrò egli a dire sollecito. — Calpestarla sarebbe un sacrilegio. Sposa di Numeriano, consenti all'auspice di sormontare l'ostacolo. —
Così dicendo Caio Sempronio si chinò verso di lei e, stendendo con pronto atto le palme, sollevò di peso la bella persona. Tremò la fanciulla e mise il grido adatto alla circostanza; ma tosto si ricompose, secondando la destra operazione del suo rapitore, e aiutandosi coi piedini a far ricadere in caste pieghe i lembi della stola. Così, com'ella faceva, io mi son sempre figurato il primo atto di Proserpina, anche in mezzo alle angosce del suo istintivo terrore, quando si sentì levata da terra, nelle braccia dell'innamorato Plutone. E non è forse vero, mie vezzose lettrici, che voi in un caso simile vi diportereste tutte del pari? Se mi diceste di no, sarei costretto à non credervi. La donna porta in ogni cosa l'indole sua. Vedete la Niobe di Scopa; anche in quel brutto momento della sua vita, la bella donna ha l'aria di domandare a qualcheduno se le pieghe della sua veste e i suoi atti siano artisticamente composti, davanti agli occhi dei critici.
Non si tiene impunemente tra le braccia un peso così dolce, come quello che teneva Caio Sempronio tra le sue. Il nostro eroe pensò che la cosa non era stata male ideata e che l'usanza meritava di conservarsi. Ma egli amava Numeriano, era tutto compreso della dignità dell'ufficio, e respinse prontamente quel pensiero così poco dicevole alla circostanza. Si affrettò, quindi, mirando a scavalcare anche lui lo sdrucciolo limitare, e, giunto dall'altra parte, depose la trepidante colomba davanti a Numeriano, che la baciò divotamente sugli orli del flammeo e la condusse a sedere sul letto geniale, collocato nell'atrio.
Si avanzarono allora i servi della casa, l'ostiario, l'atriense, il cubiculario, il cuoco, il dispensatore e va dicendo, ognuno dei quali s'inginocchiò davanti alla nuova padrona e pose nelle sue mani una chiave, significando così che a lei toccava la custodia di tutte le cose domestiche. Tra costoro era anche il cellario; ma egli, dopo essersi inginocchiato, non consegnò altrimenti la sua chiave, che era quella della cantina.
Una chiave di quella fatta non si dava alla sposa. E ciò per seguire, almeno nella cerimonia, gli antichi Romani, che vietavano l'uso del vino alle donne, perchè il vino, dicevano essi, era incentivo a certe marachelle. Così cantava la legge di Romolo: «Si vinum biberit domi, uti adulteram puniunto.» Si ricordava a questo proposito l'esempio di Fauna che, per aver bevuto vino contro la legge, perdè la vita tra le battiture datele dal marito. Per altro, ingentiliti i costumi, la donna che beveva vino non si uccideva più; bensì era lecito al marito di ripudiarla, tenendosi bravamente la dote.
Ed anche questa rimase nella storia come una severità soverchia del tempo di Catone, il quale stabilì che le donne, entrando in casa del marito, fossero baciate da tutti gli astanti, acciò non potessero nascondere il grave odore del vino, caso mai ne avessero bevuto.
Il lettore discreto immaginerà che Publio Cinzio Numeriano facesse in questo particolare una piccola eccezione alle patrie leggi, e non amasse lasciar esercitare da altri un così piacevole sindacato.