La bellissima Delia sosteneva assai nobilmente la nuova parte che le era stata assegnata dal caso, ricevendo con molta disinvoltura il bacio delle dame e la stretta di mano dei cavalieri, ed accogliendo con modesti inchini le lodi che si facevano da ogni parte al buon gusto della sua acconciatura, alla perfezione della divisa dei capegli, così difficile ad ottenersi con una chioma abbondante come la sua, al vezzo di perle che le adornava il capo, ai ciondoli a tre goccie che le pendevano dagli orecchi, ma sopratutto alla sua bellezza, stragrande bellezza, insuperabile, divina bellezza.

Anche smaccate, le lodi piacevano fin d'allora alle belle. Ovidio, che le conosceva intus et in cute, ha detto nella sua Arte d'amore: «Lodate, lodate; è difficile non essere creduti. Ogni donna si reputa adorabile; la più brutta si compiace di sè; la più casta gradisce un complimento. Vedete il pavone; lodato, fa tosto la ruota. E dopo tutto, badate di non dire ad una donna se non quello che capirete dovergli piacere senz'altro.»

L'essèdra era già piena stipata, quando fu annunziato Verannio Fabullo. Quel nome fu accolto dall'adunanza coi segni del più manifesto favore. Verannio, il prediletto delle Grazie! Verannio, il Musagete, Apollo tornato in terra! Ci furono delle matrone che si sentirono venir meno, per la dolcezza infinita, che quel nome gli aveva sparsa nel cuore.

L'argomento di tutte quelle tenerezze comparve nella sala. Era un coso piccolo e tozzo, inferraiolato, con una fascia di lana girata a più doppi intorno al collo, e la testa coperta da una specie di berretto frigio, i cui orecchioni gli pendevano sulle guance ed erano legati da un soggolo sotto il mento. Nessuno si meravigliò di quell'assetto freddoloso, che tanto contrastava con tutte le buone creanze. Verannio Fabullo era un recitatore di professione, e passava in quel tempo pel primo di Roma. L'artista temeva a ragione per la sua gola; un colpo d'aria non poteva guastargli di botto quella bellezza di voce, che la natura benigna gli aveva largita e l'arte educata con tante cure gelose?

Applaudito, accarezzato, Verannio Fabullo si profondeva in inchini a dritta ed a manca. Le matrone facevano a gara per liberarlo da tutti quegli impicci che portava addosso; ed egli frattanto, cavata una scatolina dal seno della tunica, ingoiava pastiglie di mucillaggine.

La conclusione di tutto questo maneggio si fu che Verannio Fabullo, il prediletto delle Grazie, il vecchio fanciullo allattato dalle Muse, recitò un carme epitalamico, facendo andare in visibilio l'udienza, con le inflessioni della voce, con gli atti e contorcimenti della persona, con le languide occhiate e con le abili pause, che domandavano i battimani.

I versi erano di Cinzio Numeriano, che si fece tutto di bragia, quando l'artista applaudito lo prese per mano, degnandosi di averlo a parte dei suoi trionfi declamatorii.

Dopo la recitazione, entrarono i servi con grandi vassoi di metallo in cui erano paste e rinfreschi. Le paste chiamate liba e crustula, erano focacce e biscotti, composti di farina, latte ed uova, non differendo per nulla dai sapientissimi intrugli dei moderni pasticcieri. I rinfreschi, sorbta, sorbilla, gelata, vi dicono col nome loro che cosa fossero, cioè a dire acque acconcie, con neve o ghiaccio per entro.

L'invenzione dei refrigeranti era ancora di là da venire. Fu Nerone il primo che diaciasse l'acqua e il vino, mettendo l'anfora in un secchio ripieno di neve. Prima di lui, si metteva il ghiaccio, o la neve, a dirittura, nelle bevande. Lettori, quando berrete dello Champagne frappé, ringraziate Nerone, buon'anima sua. Queste delicatezze sono state trovate da lui.

Le acque acconce e le gramolate erano per le dame, già si capisce; gli uomini preferivano il vino, che nelle feste soleva offrirsi indolcito col miele. «Attico miele mescolate col vecchio Falerno (ha detto il poeta); ecco un vino degno di essere mesciuto da Ganimede, nel convito degli Dei.»