Dopo la recitazione, i canti e i suoni. Chi aveva una bella voce cantava qualche canzoncina, accompagnandosi sulla citara, istrumento conforme alla moderna chitarra, o sul nablio, arpa di forma quadrangolare, di cui si pizzicavano le corde con le dita, senza bisogno del plettro. Anche qui abbiamo il maestro Ovidio, che ne raccomanda lo studio a tutte le fanciulle desiderose di farsi ammirare. Il nablio era uno strumento fenicio, e senza dubbio il medesimo del nevel ebraico, menzionato così spesso nei salmi. Dalla Fenicia era passato ai Greci, e da questi ai Romani. Delia lo suonava egregiamente, e potete credere che quella sera, dopo essersi fatta pregare un tantino, non negasse un saggio dell'arte sua al plauso dei convitati.
Ed ora, eccoci al ballo. Dove ci son donne e musica, come non muover le gambe? L'orchestra era all'ordine, coi suoi varii strumenti, sui quali dominava il flauto. Si fecero avanti le danzatrici più brave, quelle che potevano ballare da sole, farsi ammirare per la grazia delle loro movenze, accompagnandosi col sistro egiziano, o con le nacchere spagnuole (crusmata gaditana). Vennero quindi i passi a due, petto a petto, e il braccio dell'uomo intorno alla vita della danzatrice. Velle latus digitis et pede tange pedem. Non vi par di vederci la posizione dei nostri balli di società? E badate, non mancavano neppure le quadriglie, o contraddanze, che vogliam dire; il nome antico di coronae saltantes vi mostra le coppie dei ballerini disposte a cerchio, in atto di menare la ridda.
Intorno ai ballerini e nelle camere attigue, le vecchie, le brutte e le svogliate, chiacchieravano insieme; e i discorsi loro erano, come adesso, il celeber ludus, il nobilis actor, le fori lites, cioè a dire lo spettacolo in voga, l'attore famoso, il processo celebre. Più in là si rideva alle spese d'un medico, a cui si era rivolta la consueta domanda: quem trucidasti hodie? corrispondente alla moderna frase: «dottore, quanti, stamane?»
In un'altra camera c'erano le tavole da giuoco. Si giuocava al ludus latrunculorum, giuoco d'ingegno, che si faceva su d'una scacchiera, con pezzi di legno, d'avorio, o di vetro, distinti in due squadre, diversamente colorate, e mossi in tal guisa, che un pezzo dell'avversario rimanesse preso tra due dell'altro giuocatore, o cacciato in un posto donde non si potesse più muovere. C'era anche il ludus duodecim scriptorum, o delle dodici linee, somigliantissimo alla nostra tavola reale, come l'altro lo era al giuoco delle dame. I più arrisicati giuocavano ai dadi, ma con tre dadi, non già con due, come ora si costuma. Gettar tre numeri differenti fuori del bossolo dicevasi il punto di Venere e vinceva su tutti; gettar tre assi era il punto del cane e perdeva da tutti.
Il tiro cane, il tiro da cani, non ci verrebbero per avventura di là?
CAPITOLO XVI. Quod erat in fatis.
Mentre noi ci perdiamo in chiacchiere, Tizio Caio Sempronio ha abbandonata l'essèdra.
Il nostro cavaliere prendeva poca parte alla festa. Clodia Metella gli aveva fatto giurare che non avrebbe ballato, ed egli manteneva la data parola. Aveva giuocato due o tre colpi ai dadi, ma s'era annoiato, e, non sapendo che fare, e vedendo di fuori un bel lume di luna, era andato a passeggiare in giardino.
A che pensava? Miei giovani, ditelo voi. Quando la luna falcata veleggia nel firmamento, temperandone coi miti chiarori l'azzurro, e la brezza notturna, ricca di tutti i profumi della fiorente natura, va susurrando tra le ombre misteriose del bosco, dove grugano le tortore e gorgheggiano i rosignuoli, non si può pensare che ad una cosa. Luce soavemente diffusa, canti, fragranze, mistero, tutto vi accarezza lo spirito, v'inebria i sensi e vi consiglia ad amare.
Il mio eroe s'era messo, dirò così, su d'una strada di dolce pendio, che conduceva al precipizio. E lo sapeva; ma pensava altresì che, prima di giungere allo scrimolo, avrebbe raccolte le sue forze per piegare da un lato e non dare ai Romani lo spettacolo di una grande caduta. Ricordate a questo proposito i suoi discorsi col vecchio Lisimaco. Intanto, viveva a furia, coglieva avidamente i baci dell'amica fortuna, come chi sa quanto ella sia capricciosa ed instabile. Clodia, la più bella, se non la più reputata delle patrizie romane, lo amava d'un amore intenso, smisurato, furibondo. E l'uomo è sempre felice d'ispirare una passione selvaggia. S'intende, in mezzo a tutte le raffinatezze della vita; chè altrimenti è molestia ineffabile. L'antitesi governa il mondo; niente di bello senza un po' di contrasto. Luce ed ombra, non erano forse le due cose che facevano bello in quell'ora il bosco di Numeriano?