— Non son poeta; — rispose Postumio; — e qui meglio di me varrebbe Numeriano. Ma poichè lo volete, vi dirò che amo una donna sola, perchè.... non ho quattro cuori. —
Le donne, così chiaramente indicate dal numero dei cuori che si augurava Postumio, dovevano sentenziare. Ma Lalage taceva, per non aver aria di sapere chi fosse quell'una. Febe guardava Numeriano, che era dall'altra parte della mensa e non si accorgeva di essere guardato da lei. Glicera si stringeva amorosamente al fianco di Caio Sempronio, e non badava troppo alla conversazione.
Delia parlò, Delia la bionda, severa all'aspetto, come una statua di Fidia.
Secondo lei, la donna amata da Postumio Floro doveva esser poco lusingata dalla sua dichiarazione.
— E se Giove ti avesse dato quattro cuori.... — diss'ella al suo vicino di destra, — che cosa avverrebbe?
— Mia bella severa, — rispose Postumio, — non ardisco prevederlo. Ma certo, qualunque cosa avvenisse, l'avrebbe voluto lui, ed io non ci avrei ombra di colpa. —
Intanto i coppieri andavano attorno con le anfore, mescendo il vino nei vuoti sestanti.
E il cuoco venne egli in persona, per curare l'arrivo della terza portata. Il vassoio quella volta era smisurato e ci volevano due uomini per sorreggerlo.
Un grido di ammirazione ruppe dalle labbra di tutti i convitati. Il cuoco sorrise, come sanno sorridere i cuochi, quando ci hanno ancora dell'altro, con cui sbalordire i commensali del padrone.
E non aveva torto, perdinci, il degno scolare di Apicio. Figuratevi che aveva cotto un cinghiale intiero, coperto ancora (dico ancora, ma certo si trattava di una giunta artificiale) della sua pelle setolosa. E perchè niente mancasse a dargli l'aspetto del vero, la degna bestia si vedeva sdraiata, come in atto di voltarsi, in un certo intriso, che voleva raffigurare un pantano, ed era la salsa più appetitosa del mondo.