— Come? — dimandò Vibenna, rinvenuto allora dal primo stupore. — Non è stato neanche sventrato?

— Qui ti volevo! — disse il cuoco tra sè.

Indi, ad alta voce proseguì:

— Perdona, illustre Vibenna; quello che non è stato fatto può farsi ancora. —

E levato il coltello dalle mani dello scalco, lo piantò arditamente nel petto del cinghiale, traendo la lama a sè, per quanto lungo era il ventre.

Allungarono tutti il collo e stettero cogli occhi tesi per vederne balzar fuori le interiora, ma non senza sospetto di qualche piacevole novità. Difatti, il cuoco appariva sicuro del fatto suo. O faceva troppo a fidanza con l'umore del padrone, o ci aveva il segreto in corpo, e quell'abile colpo di coltello doveva metterlo fuori.

Una risata omerica salutò la conseguenza dell'operazione. E qui l'epiteto di omerica vien proprio a taglio, perchè il cavallo di legno, divino lavoro di Pallade, non gittò tanti armati nelle mura di Troia, quante il cinghiale sventrato diè fuori salsiccie, olive, sanguinacci, tordi, ed altre ghiottornie, debitamente rosolate, che promettevano una festa di sapori al palato.

Tosto gli schiavi si avvicinarono e lavorarono coi loro cucchiai a raccogliere tutta quella sugosa grandinata e a collocarla in giuste parti nei piatti dei convitati, mentre lo scalco, riprendendo il coltello dalle mani del cuoco, faceva destramente a pezzi il cinghiale, per darne uno spicchio a ciascuno.

— Gli Dei ti proteggano, o Caio; — disse Vibenna, ammirato. — Tu possiedi la fenice dei cuochi.

— A Sibari gli avrebbero eretta una statua; — aggiunse Ventidio. — Noi dovremmo decretargli il trionfo.