— Per carità, non me lo guastate. Io l'ho già manomesso; — rispose Tizio Caio Sempronio. — Che altro potrei fare per lui? Mi mette al fuoco dugentomila sesterzi all'anno; è questo il tributo che io pago alla sua maestria.

— Vivi cent'anni, o Caio, — gridò il cuoco inchinandosi, — e conservami la tua benevolenza.

— Coi dugentomila sesterzi; — aggiunse mentalmente Postumio Floro. — Vedete un po' il mio amico Caio, come spende allegramente il suo! Se gli domandassi oggi i quarantamila che mi occorrono, per chetare quel Cerbero di Cepione! —

Il dispensiere si era fatto innanzi col Massico, altro vino che non la cedeva al Falerno, nè al Cecubo. E la regina del convito appagò il desiderio di Marco Giunio Ventidio, facendo dare in tavola i trienti.

— Oh bene! — gridò Ventidio. — Beviamo dunque e celebriamo queste spume generose col verso.

— Col verso! Tu?

— Io, sì, io. Che vi credete? Che alle mie ore non sia poeta anche un Giunio Ventidio? Sentite qua:

Ben venga, amici, il Massico,

E cresca la misura,

Mentre gli affanni e i triboli