Il cavaliere si morse le labbra.

— È appunto quello che non saprete; — pensò egli tra sè.

E quatto quatto si allontanò da un'altra banda. Conosceva poco gli orti Ventidiani, ma capiva così in digrosso che il dio Termine non doveva essere troppo lontano. Infatti, seguitando un viale che andava in direzione parallela al lato posteriore della casa, dopo fatti trecento passi, trovò il muro di cinta.

— Ci siamo; — diss'egli; — ora bisognerà trovar modo di scavalcarlo. —

Il muro era piuttosto alto, ed egli, quantunque aitante della persona, non giungeva colle mani ad afferrarne la cima. Diede un'occhiata in giro, invocò Mercurio, il dio degli astuti, ed ebbe la fortuna di trovare il fatto suo in un tronco di betulla, che giaceva mezzo fradicio in un angolo. Lo prese, lo trasse a sè, e appoggiatolo al muro, tastò col piede l'inforcatura di un ramo. Sembrandogli che potesse resistere quanto gli bisognava per afferrare la meta, prese subitamente l'abbrivo. Scricchiolò il ramo e si ruppe; tremarono gli embrici che facevano tetto alla cima del muro; ma il nostro eroe si tenne aggrappato alla sua conquista, e facendosi puntello dei gomiti giunse finalmente a mettere un ginocchio sull'embriciata. Oramai non c'era più da temere; Caio Sempronio stava a cavalcioni sul muro.

Diede allora un'occhiata dall'altra parte. Gli orti Ventidiani confinavano di là con una viottola campestre, il vico di Silvano, che egli ben conosceva. Una rifiatata di contentezza salutò la scoperta. L'altezza del muro l'aveva misurata nel salire; poteva dunque discendere, anzi lasciarsi cadere senza pericolo nella viottola sottostante. Detto fatto, spiccò il salto e cadde in piedi, ma tirandosi dietro due tegoli dell'embriciata, che già aveva scossi nell'ascendere.

Potete immaginare che non istette a raccattarli. L'essenziale era di avere delusa la curiosità indiscreta dei suoi garbatissimi amici. Una ripulita alla tunica, che in quello strofinìo sul muro doveva essersi un po' stazzonata, ed egli avrebbe potuto, seguendo la viottola, riuscire sulla piazzetta davanti alla casa di Numeriano.

Per altro, aveva fatto i conti senza un certo bruciore, che sentì d'improvviso al ginocchio, nel muovere i primi passi. Tastò dove gli doleva e si accorse d'essersi fatta una scorticatura alla pelle. Di certo grondava sangue; poco, probabilmente, ma quanto bastava per accusarsi, se alla vista di tutti gli fosse sgocciolato lungo la gamba.

Anche qui non gli venne meno l'assistenza del nipote d'Atlante. Una casetta campestre era là, a mezza strada. Tizio Caio andò a quella volta, diede una spinta al cancello ed entrò. Una povera vecchia stava in cucina, rigovernando alcuni piatti di stagno. Chiese un po' d'acqua e lavò la sua scalfittura, che non era gran cosa, e poteva nascondersi benissimo sotto il lembo della tunica inferiore. Pose mano alla borsa, diede alla vecchia una moneta d'oro, non avendone d'argento, ed uscì, senza badare agli atti di meraviglia e agli inchini della povera donna.

Tutto ciò in un brevissimo spazio di tempo. Giunto sulla piazzetta, si ficcò in mezzo alla plebe, che stava sempre accalcata davanti alla casa, a contemplare l'illuminazione della facciata, che si andava spegnendo man mano. Il rientrare non gli fu difficile, e nemmeno il raccontare una frottola all'ostiario, per colorire in qualche modo la sua uscita in istrada.