— Ah, finalmente, ti trovo! — esclamò Numeriano, vedendolo nell'atrio. — Credevamo che tu fossi partito senza dir nulla e Delia ne era addoloratissima, perchè voleva salutarti, ringraziarti ancora una volta di quanto hai fatto per noi.
— Delia è troppo buona; — mormoro Caio Sempronio. — Ero venuto dietro di te al balcone, quando gettavi le noci, ed ho veduto nella folla un servo di Clodia Metella. Pensando che chiedesse di me, sono uscito per andarlo a cercare. —
La bugia era detta e l'amico se l'aveva bevuta. Caio Sempronio entrò allora dalla fauce nel peristilio e andò a piantarsi sull'uscio che metteva in giardino. Ventidio, Vibenna e Postumio Floro, erano ancora laggiù alle vedette.
— Amici, che si fa? — gridò Caio Sempronio. — Si piglia il fresco? Badate, il tempio della dea Mefite non è lontano e l'aria della notte è pericolosa pei capi scarichi. —
I tre curiosi si guardarono in faccia. Avevano l'aria di cascar delle nuvole.
— Come? Anche lui, dentro? — borbottarono. — Non ce n'è andata una bene! —
La notte era inoltrata e i convitati ad uno ad uno abbandonavano la casa di Numeriano. Il nostro cavaliere adempì all'ultimo ufficio dell'auspice, conducendo gli sposi alla camera nuziale.
— Salve, o Caia, — diss'egli alla sposa. — Giunone ti guardi.
— Si, son Caia davvero; — mormorò ella, dandogli un'occhiata assassina.
Quella notte, l'auspice di Numeriano se ne andò difilato a casa, facendo questo conto tra sè: