Ad un certo punto della strada, in vista dei colli Albani, tra Aricia e Bovilla, era il luogo in cui due anni addietro era accaduto lo scontro di Annio Milone col tristo fratello di Clodia. Ma la nostra bella viaggiatrice era una donna forte, e passando di là non diè segno di verun turbamento; anzi, lasciò che i suoi si fermassero, per dar da bere ai cavalli, e per bere eglino stessi, a quella medesima osteria nella quale era stato trasportato Clodio morente, per la stoccata ricevuta nelle spalle da Birria, il fiero gladiatore di Annio Milone.
A Tarracina (l'antichissima Anxur) presso il monte Circèo, famoso per le malie di un'altra seduttrice d'uomini, i due amanti smontarono dal cocchio. Clodia Metella credeva di dover fare una breve sosta colà, per continuare poscia la strada fino a Capua, donde la via Appia si congiungeva alla Consolare, che doveva metterli a Cuma, ed era ben lunge col pensiero dalla improvvisata che appunto nel porto di Tarracina le aveva preparata il magnifico cavaliere.
Una bellissima nave, tutta dipinta di bianco e listata di rosso, colle vele tinte di croco e coll'aplustre vagamente rigirato in forma d'ala d'uccello in cima alla poppa, stava sulle àncore nella rada. Era il talamègo di Caio Sempronio.
— Padrona mia, vuoi tu salire su quella nave, — diss'egli, — e fare per acqua il rimanente del viaggio? Il mare è tranquillo, e Deiopea, la bellissima tra le Nereidi, ammirerà per la seconda volta una donna più bella di lei.
— E quando è stata la prima? — domandò Clodia Metella, che non intendeva ancora tutta la finezza del complimento.
— Oh la prima è lontana da noi di molti secoli, e la vezzosa Nereide ha avuto anche il tempo di dimenticarsene. Alludo al viaggio marino d'Afrodite, al quale può bene paragonarsi il tuo, mia divina signora. Tu sei bella del pari, e l'unica differenza sta in ciò, che questa volta la conchiglia è più grande. —
Salita sul talamègo e notata la vaga disposizione d'ogni cosa in quel galleggiante nido d'amore, Clodia Metella espresse nelle più soavi parole la sua gratitudine per Caio Sempronio.
— Non c'è in Roma un uomo che possa starti a paro; — diss'ella, concedendo ai baci del cavaliere la sua mano leggiadra; — ed io t'amo oggi più che mai. —
La nave, spinta da due ordini di remi, entrò di lancio nelle acque più poetiche del Tirreno. Sulla sinistra il curvo lido dei Lestrigoni, le rupi cavernose su cui sorgeva Gaeta, la spiaggia di Formia, su cui Scipione Africano e l'amico Lelio avevano costume d'ingannare il tempo raccogliendo nicchi marini, la sacra selva di Marica alla foce del Liri, Volturno, Literno, e la rocca di Cuma; sulla destra le isole, tra cui grandeggiavano Ponzia e Pandataria; e più lunge, attraverso il cammino della nave, le due belle Pitecuse, Inarime e Pròchita, oggi Ischia e Procida, illuminate dalla rosea luce del tramonto.
Il giorno dopo, inoltrandosi la nave tra l'isola di Procida e il capo Miseno, si offerse ai loro occhi la più meravigliosa veduta del mondo. Allora non si parlava ancora di Bisanzio, e Costantino non era anche venuto fuori, per fondare una città che contendesse la palma della possanza a Roma e il pomo della bellezza a Napoli e Cuma. I due golfi di Baia e Partenope, col capo Miseno a sinistra, il Vesuvio a destra e la punta di Posilipo nel mezzo, erano allora i più bei luoghi che potesse immaginare fantasia di poeta.