Ora, per dirvi qualche cosa del soggiorno di Tizio Caio Sempronio negli ozi di Baia, dovrei far capo anch'io ad uno spediente di quella fatta; e questo capitolo potrebb'essere rappresentato utilmente da una foglia di fico. Scelgo questa, perchè è la più larga tra tutte le foglie classiche; ma, se a voi piacesse meglio, o lettori, potrebb'essere anche una foglia di banano.
L'amore è una cosa che non si racconta. Perchè m'indugerei io a sminuzzarvi un affetto, in cui entrano tanti ingredienti disparati e bizzarri? Neanche l'essenza di gelsomini, stillata con tanta cura dal profumiere, ci guadagnerebbe nella nostra estimazione, ad essere veduta in tutte le trafile per cui deve passare, prima di esserci servita in una ampollina di cristallo arrotato.
Si volevano bene; erano belli; erano giovani. Lui più di lei, ma una donna ha soltanto gli anni che mostra; e poi, Caio Sempronio non faceva all'amore col calendario alla mano, e la lista dei consoli l'aveva lasciata in Campidoglio, affidata alle cure dei custodi del Tabulario. Qualche lettrice avrebbe voluto nel mio protagonista un amore in cui c'entrasse per due terzi la stima, quella stima che ci è inspirata dalla verecondia e dalla dignità della donna. Ma a que' tempi l'amore non era tanto sofistico. Si facevano statue alla verecondia, alla pudicizia e a tutte l'altre virtù congeneri; ma erano bei simulacri di donne, a cui s'appiccicava quella scritta; donne molto vestite, per ottenere bei partiti di pieghe; e la cosa non portava altre conseguenze.
Del resto, il mio cavaliere non aveva neanche veduto quella bellissima statua della Pudicizia, che ho veduta io, allogata in una nicchia, al primo piano dello scalone del palazzo Capitolino; bellissima statua, scolpita probabilmente dopo di lui e in tempi anche peggiori del suo, perchè erano i tempi di Roma imperiale. Clodia Metella era bellissima tra le belle; era patrizia, e in eleganze, in sottigliezze d'amore, valeva tre Greche. Poteva egli chieder di più?
Inoltre, egli amava con furia, senza guardarsi intorno, nè avanti. Sentiva così confusamente nel suo cervello che era un uomo perduto, che quella vita spensierata non sarebbe potuta durare più molto, e chiudeva gli occhi.... Cioè, intendiamoci, gli occhi della mente, perchè gli altri, i più utili ai bisogni della vita quotidiana, li teneva aperti e fissi nel volto della donna amata, di cui non poteva saziarsi.
Ed anche lei non restava da meno. Come non amare un uomo giovane e bello, che contentava tutti i suoi capricci, e quasi quasi non le dava il tempo di averne, tanto era sollecito a precorrerli con le sue splendidezze? Tenera, obbediente e carezzevole come una schiava, quella fiera matrona, per cui tanti uomini avevano palpitato e tanti erano finiti male, gli si prostrava qualche volta ai piedi, e, puntellando i gomiti sulle ginocchia del giovane, sorreggendosi tra le palme la bellissima testa arrovesciata, e figgendo i suoi grandi occhi in quelli di lui, quasi volesse leggergli in fondo dell'anima, gli chiedeva con accento infantile: — dimmi su, bel cavaliere, quante donne hai amato? E quante t'hanno amato al pari di me? —
Care domande astute, lacci tesi, sotto le apparenze ingannevoli di uno slancio di tenerezza! Un uomo non deve lasciarsi cogliere a queste lustre; non deve risponder mai la verità, anche quando gli paia meno pericoloso il farlo. Se avviene che Don Giovanni apra la bocca e si lasci cadere uno o due nomi, anche l'Elvira meno gelosa va tosto su tutte le furie. Il sentimento della vanità e quello della rivalità, naturale, a quanto dicono i pratici, nelle figlie d'Eva, assai più che l'amore, ed anche dove non entri l'amore, le fanno dare nei lumi.
E voi, signori, non siete forse della medesima pasta? Che cosa fareste voi, se una donna, pregata e supplicata, perdesse tanto della sua accortezza, da lasciarvi intendere quanti siano stati i vostri antecessori, non già nelle sue grazie, ma solamente nei ricorsi in grazia?
Io so, per esempio, di un mio svisceratissimo amico, il quale si era nei primi anni della sua giovinezza perdutamente invaghito di una madonna di Raffaello, che egli credette spiccata dal quadro espressamente per lui. La prima volta che egli potè trovarsi accanto alla diva e passeggiare con lei a lume di luna, credete pure che gli parve di toccare il cielo col dito, e che, da buon figliuolo, lasciò trapelare tutte le sue intenzioni coniugali. Non l'avesse mai fatto! La madonna di Raffaello, anzi del beato Angelico, trovò modo di passare in rassegna, a quel lume di luna, tre splendide occasioni di matrimonio, che le erano trascorse davanti, ma ohimè, senza fermarsi il tempo necessario per essere afferrate. Immaginate voi con che cuore la udisse il mio innamorato e che muso lungo rischiarasse quel poetico lume di luna. Alla prima cantonata guardò l'orologio, tirò in ballo un appuntamento, e prese commiato, promettendo una visita pel giorno dopo. La madonna del beato Angelico l'aspetta ancora.
— Ne ha persi tre; — diceva l'amico in cuor suo, mentre andava svoltando il canto; — orbene, al primo che le capita, potrà raccontare... d'averne persi quattro. —