Gabellatemi la digressione, mentre io ritorno a Caio Sempronio. Il mio cavaliere, da uomo prudente, si tenne sui generali; rise, menò il can per l'aia, non volle dir nulla. Sarebbe stata bella davvero, che avesse raccontate lì per lì tutte le sue mirabili imprese! Ce n'era una tra l'altre, e la più recente di tutte, che non gli lasciava la coscienza tranquilla.
Nei primi due mesi del suo soggiorno a Citera, aveva ricevuto lettere da tutti gli amici, perfino di quelli da starnuti; ma neppur una da Numeriano, dal più caro di tutti. Era quello il suo sopraccapo, l'atra cura che di tanto in tanto gli dava un picchio al cervello.
Si sentiva colpevole, ma non per suo deliberato proposito. I fati l'avevano voluto; sic fata tulere. Ora, se Cinzio gli avesse scritto, il nostro cavaliere si sarebbe levato un gran peso dal cuore.
Un giorno gli capitò un uomo fidato da Roma. Gli recava parecchie lettere, una delle quali in carta jeratica, che egli svolse per la prima, dopo averne rotto il suggello.
Mentre egli legge, parliamo un po' della carta da scrivere presso gli antichi Romani. Era fatta di sottili falde di corteccia di papiro e se ne conoscevano dieci qualità differenti: la jeratica, detta anche regia, che era la più antica, e che vediamo menzionata anche da Catullo; la fanniana, fabbricata in Roma, e così chiamata dal fabbricante Fannio; la dentata, così detta, non perchè avesse i denti, ma perchè era lisciata e ripulita con un dente d'animale, per ottenere una superficie levigata da sdrucciolarvi sopra la penna, come la carta lustra dei moderni; l'anfiteatrica, la saitica, la lenotica, qualità inferiori, così denominate nei luoghi nei quali erano fabbricate; l'augustana, chiamata più tardi claudiana, che fu, sotto l'impero, la qualità migliore; la liviana, così detta in onore dello storico Tito Livio, che era la seconda in bontà; poi la carta bibula, o sugante, così spugnosa e trasparente, da lasciar filtrare l'inchiostro e da mostrare le lettere attraverso; e finalmente la carta straccia, da involtare le merci, donde il suo nome di carta emporetica.
Quanto alle tavolette di cera e ai pugillari, che servivano anche per scriver lettere, segnatamente se brevi, ne ho già parlato altrove. Ma poichè mi ricordo di avervi detto che sulla cera si scriveva con uno stilo di avorio, aggiungerò, tornando al papiro, che ci si scriveva su con un calamus, o penna di canna, spaccata sul becco (donde l'appellativo di fissipes) e intinta nell'atramentum, o liquido nero, che si conteneva nell'atramentarium. Questo era il calamaio, nel significato moderno della parola; laddove il calamarius degli antichi significava il portapenne, o astuccio per portare attorno le cannuccie da scrivere. Anche la penna d'uccello si usava; ma il costume non va più su del secondo secolo dell'êra volgare, avendone noi il primo esempio in mano ad una Vittoria, scolpita nei bassorilievi della colonna Traiana.
Questo po' di erudizione scolastica, messa qui pei collegiali, miei invidiabili amici, non farà arricciare il naso ai provetti, i quali vorranno sapere, io m'immagino, che cosa ci fosse scritto in quel rotolo di carta regia, che andava leggendo Tizio Caio Sempronio. Quei signori io li contento subito. Ecco la lettera:
«Lisimaco Liberto, a Tizio Caio, suo signore, salute.
Un servo ossequente, ma probo, deve dir sempre la verità intiera al padrone. Ora sappi che le cose tue, e non per colpa del tuo servo, che ci ha messo ogni studio maggiore...»
— Le solite storie! — interruppe il cavaliere stizzito. — La leggerò un altro giorno. —