E arrotolato da capo il foglio, lo gettò nella capsa, scatola circolare e profonda, col suo coperchio da chiudersi a chiave, che era l'arnese necessario di tutti i Romani in viaggio, per metterci dentro i loro libri e le carte di maggior conto.
Ciò fatto, prese, a mo' d'antidoto per la stizza, un altro rotolo; ma questo era di carta dentata, e non avea l'aria di appartenere alla categoria dei fogli noiosi. Lo aperse; era una lettera scritta in greco, che allora, mi pare d'averlo già detto, era conosciuto in Roma quasi come oggi da noi il francese.
Il cuore gli diede un sobbalzo, avendo egli riconosciuti alla bella prima i caratteri di Delia Cinzia.
«Egli sa tutto (diceva la lettera, in cui, per la fretta, erano ommesse le frasi di cerimonia). Come ne sia venuto in chiaro, non so, nè mi è importato cercare. Non ho negato nulla, perchè non son usa a mentire; ma ho alzata alla mia volta la voce ed ho minacciato di andarmene. Egli è tornato mansueto come un agnello; piange e m'ama sempre più. Ma se tu vuoi, esco da questa casa e per sempre, non lasciando altro che il dolce ricordo di un'ora felice.»
— » No, per gli Dei! Non ci mancherebbe altro! — gridò Caio Sempronio, come se ella fosse davanti a lui e sul punto di mandare la sua risoluzione ad effetto.
— Che c'è? — dimandò Clodia Metella, che entrava in quel mentre nel tablino.
— Nulla, nulla; — rispose il giovane, lasciando che il foglio si arrotolasse da sè, e riponendolo nella capsa con l'aria più tranquilla del mondo. — È il mio arcario che fa un piagnisteo.
— Dicevi che non ci mancherebbe altro....
— Sì, perchè vuol lasciarmi, se io non metto un po' di misura nello spendere. È liberto e può andarsene a sua posta. Ma gli scriverò oggi stesso e vedrò d'ammansirlo. —
Quelle spiegazioni, date con molta tranquillità (e lascio immaginare a voi quanto gli costasse), appagarono Clodia Metella, che non amava molto ragionare di cose gravi, e meno ancora di conti.