La bella e scaltra patrizia ci aveva per questo le sue buone ragioni. Non era lei la causa delle lagnanze di Lisimaco, e non doveva anche saperlo?

Quel giorno i nostri due amanti dovevano fare una gita a Pompei, dove Clodia era stata invitata dalla sua buona amica Giunia Sillana, che passava l'estate in quella graziosa città. Bisognava soverchiare un'altra volta quella superba matrona, baciarla amorevolmente su ambedue le guancie e mettere in mostra un monile di smeraldi, che l'avrebbe fatta schiattar dalla rabbia.

Erano corse continue, in cerca di sempre nuovi piaceri. Il talamègo, ancorato nelle acque di Baia, era ogni giorno in faccende; oggi a Capri, per visitare la grotta azzurra; domani al lago Lucrino, per mangiar le ostriche annaffiate col Cecubo; un'altra volta per andare a Pozzuoli e passar sotto il naso a Marco Tullio Cicerone, che si era fatto lecito di chiamar quadrantaria la più bella e la più desiderata tra le patrizie di Roma; e via via, sempre scampagnate, merende, conviti, musica, danze e bagni di ninfe.

S'intende che Clodia Metella era sempre gelosa. Guai al nostro cavaliere, se gli accadeva di dire a qualche amica di Clodia una frase che arieggiasse il complimento!

Quel medesimo giorno essa gli aveva dato i suoi bravi ricordi, prima di salir sulla nave.

— Bada, mio bel cavaliere! Giunia Sillana mi vuole; ma l'invito è per te. Essa ti guarda troppo e il suo petto è sempre gonfio di sospiri. Bada, mio bel cavaliere! Io possiedo un filtro sicuro; se tu non mi ami più, mi uccido; e tu morrai dentro l'anno.

— Padrona mia dolce; non ti uccidere, te ne supplico; — rispose Caio Sempronio, abbracciandola. — Mi vedresti capitare al passo d'Acheronte prima che il vecchio navalestro avesse dato un grido di meraviglia, al vedere una così bella conquista. —

Così la chetava egli, tra un complimento e un sorriso, godendo profondamente in cuor suo d'essere amato a quel modo.

— Vada a farsi impiccare Lisimaco mio, con tutte le sue spilorcerie! Come potrei io abbandonare una donna simile? E possedendola, come non circondarla d'oro e di gemme? Per Giove Capitolino, non ne abbiamo noi ricoperta una rozza pietra, venuta di Frigia, decorandola col nome di Cibele? Ed io non farei altrettanto per una bella donna, che non è di sasso per me? Infine, domando io, perchè si vive? —

Io qui capisco benissimo che, se lo avessero udito certi grand'uomini di Grecia e di Roma, la logica del mio cavaliere sarebbe stata ridotta a mal partito. Socrate, per esempio, gli avrebbe risposto: si vive per la virtù; Platone: per la sapienza; Fabrizio: per la patria; Cicerone: per la gloria e per tutte le altre cose insieme. Ma questi grand'uomini non erano fortunatamente ad udirlo; e se ci fossero stati e gli avessero sciorinati i loro altissimi veri, io metto pegno che Caio Sempronio non li avrebbe capiti. L'amore non è cieco soltanto; è anche un po' sordo.