Si accostò alla parete, donde col frastuono delle voci gli veniva un filo di luce; si aggrappò alle ineguaglianze del muro e giunse ad afferrare le sbarre che chiudevano il finestrino. Sospeso in quel modo, tese l'orecchio e rimase in ascolto, se mai gli venisse fatto di capirne qualche cosa.

Il triclinio di Cepione non doveva esser molto lontano dal peristilio. Poco stante il prigioniero riconobbe la voce del suo nemico. Servilio Cepione doveva già aver alzato più volte il gomito, perchè quella voce gorgogliava maledettamente; segno che il vino bevuto faceva nodo alla strozza.

— A te, padrona! — gridava l'avvinazzato argentario. — Ti chiamino pure Venere spogliatrice, e quadrantaria, i nostri nemici! Tu sei una donna portentosa, e noi ti faremo una statua. —

Una voce di donna rispondeva a quel brindisi; ma Caio Sempronio non riuscì ad afferrarne una sillaba. Per altro, il suono di quella voce, e più l'allusione dell'argentario, gli fece intendere che quella donna era Clodia Metella.

Lei dunque al banchetto di Cepione! Lei presente a quella invereconda orgia di strozzini! Proprio nel giorno che egli era stato condannato, e certamente non ignorando dove egli fosse rinchiuso! Come era caduta! Come si dimostrava corrotta ed infame!

Ed egli aveva potuto invaghirsi di quella donna; vivere così lungamente ai piedi della quadrantaria, senza vederne la bruttura, senza sentirne il lezzo? La nausea gli venne alla gola e provò il bisogno di bere. Lasciatosi cadere sul battuto, andò a cercare la brocca e tracannò un sorso. L'acqua gli seppe d'amaro e la rigettò in fretta, come se fosse veleno. La sua bocca era amara, non l'acqua; il povero Caio aveva la febbre.

I rumori del convito gli tornavano molesti. Provò a non badarci e volse il pensiero a Giunia Sillana, a quella donna che poteva avere i suoi difetti come tante e tante altre, ma che gli aveva dimostrato un po' d'affezione. Certo, se fosse dipeso da lei, egli non sarebbe caduto nelle unghie di Cepione, non sarebbe finito là dentro. E certo, in quell'ora, in quel punto medesimo, mentre la vile quadrantaria sorrideva procacemente allo stuolo impuro dei suoi nemici, inebriandosi di vino e di scherni, Giunia Sillana pensava a lui e cercava il modo di essergli utile.

Quel pensiero lo confortò un tratto. Si sdraiò sul suo letto di pietra, volgendo la faccia alla parete e stringendosi le palme agli orecchi. Era stanco, sfinito da tante commozioni, e cadde in un sonno profondo. I sogni lo consolarono della realtà. Tornava all'aperto, respirava le aure soavi della libertà, e Giunia Sillana gli stendeva le braccia. In verità, era costei la più bella donna di Roma; non impiastricciata di farina e di minio come quell'altra, che usava levarsi dallo specchio tutta lucente come una figurina di smalto, ma bianca del suo pallore naturale, amabile pallore che rendeva agli occhi la mite bianchezza del marmo. E al marmo poteva paragonarsi la salda maestà di quelle sue forme rigogliose, invidia eterna di tante patrizie, celebrate per bellezza in una città dov'erano così numerose le belle.

E gli occhi, Dei immortali! Dove trovare i più grandi e i più nobilmente pensosi, sotto l'arco maestoso e profondo delle lunghe ciglia? Come un mare tranquillo lascia scorgere le arene dorate del fondo, così quegli occhi mostravano a tutta prima i tesori dell'anima, la pietà e l'amore. E l'una e l'altra cosa erano per lui, gli erano promesse da quegli occhi benignamente rivolti su lui.

Nel più bello, fu risvegliato in soprassalto da un improvviso rumore. L'uscio girava sui cardini rugginosi, e un'ombra nera, spiccando sulla luce rossastra d'una lucerna che dietro a lei era recata da un servo, entrava poco stante nel carcere. Caio Sempronio balzò in piedi, e riconobbe il suo creditore e padrone.