Caio Sempronio era superstizioso come tutti gli antichi Romani. I lettori rammentano che, appena ricevuto lo strano viglietto di Clodia Metella, egli aveva interpretato il sogno col fatto dei tre amici, che volevano danari da lui. E certo, allora come allora, la spiegazione poteva bastare. Ma adesso, che tristo lume non riceveva il sogno dalla sentenza di Marco Rutilio Cordo? O non si sarebbe detto che quel sogno era una profezia, da dar dei punti ai famosi libri della Sibilla?
Alla Sibilla ci penso io, raccontando. Ma non ci pensava di sicuro il nostro povero eroe, che aveva ben altro pel capo. Uscì dal Foro, sempre in mezzo ai suoi argentarii e ad una caterva dei loro clienti, con la fronte alta, guardando tutti e nessuno, e senza che l'animo partecipasse alle impressioni della vista.
Così in confuso gli parve che alla prima cantonata Cepione lo avesse lasciato, raccomandandolo a qualcheduno, ma non ci badò più che tanto. Andava con la corrente, dove lo portavano i gomiti dei suoi vicini, e non ritornò alla coscienza di sè medesimo se non quando si trovò nell'atrio d'una casa, che non era la sua, ma quella del suo capitale nemico.
Due servi, facce proibite come il loro padrone, lo presero per le braccia e lo condussero in una camera sotterranea, che in altri tempi doveva aver servito da cantina, e il cui finestrino, munito di sbarre di ferro, prendeva lume dal vano del peristilio. Là dentro fu chiuso. Poco stante gli portarono una brocca d'acqua e una focaccia di farina, del peso d'una libbra. Cepione faceva ogni cosa secondo la legge.
C'era buio là dentro, e a tutta prima il nostro prigioniero non ci si raccapezzava. Ma avvezzando gli occhi a poco a poco, vide contro la parete una specie di rialzo, come un letto di fabbrica, che poteva anche, e più facilmente, essere stato un ripiano per collocarvi due o tre botti di fila. Comunque fosse, quello doveva essere il suo letto. Onesto Cepione! Vedete un po' come aveva pensato anche ai comodi del suo debitore.
Si appoggiò alla proda di quella costruzione a doppio uso, incrociò le braccia sul petto e rimase lunga pezza immobile, assorto nei suoi tristi pensieri. Era così nuovo il suo stato! E gli giravano tante cose per la mente confusa! Non aveva coscienza del tempo, nè dello spazio; era qua e là in un punto, col passato e col futuro, che facevano a cozzi nel suo spirito e si scambiavano le parti.
Clodia Metella lo amava e non aveva potuto salvarlo. Era stato chiamato in giudizio, ma Cicerone con una splendida arringa aveva fatto condannare i suoi creditori a pagargli due milioni di sesterzi per la illecita usura. Cepione era scoppiato dalla rabbia. Giunia Sillana lo portava in trionfo. Numeriano cantava la sua vittoria ed egli lo ricompensava col dono degli orti Ventidiani. Postumio Floro gli domandava diecimila sesterzi in imprestito, ed egli lo mandava a quel paese, dopo avergli rinfacciata la sua ingratitudine e il cattivo servizio reso a lui presso Numeriano, il giorno dopo le nozze di Delia. Il suo ritorno in auge gli avea conciliata l'amicizia di tutta Roma; il magno Pompeo lo voleva dalla sua, gli offriva il comando di una legione; Cesare andava su tutte le furie e gli giurava un odio mortale; vinta la fazione di Pompeo, s'impossessava del giovane tribuno, e lo gettava in un carcere.
Si tornava al carcere, come vedete; questo era il triste, l'innegabile vero.
Parecchie ore erano trascorse in quella corsa sfrenata della fantasia vagabonda. Ad un tratto, e mentre il suo pensiero ritornava alla realtà delle cose, il prigioniero fu colpito da strani rumori, che gli venivano dall'alto. Erano grida confuse, ma non d'alterco; la nota dell'allegria risaltava chiaramente da quel pazzo tumulto di suoni.
I nemici di Caio Sempronio banchettavano sulla testa del prigioniero; celebravano la loro vittoria tra i fumi dell'orgia.