— Tu sei un codardo, o Elvio. Non hai capito che Caio Sempronio è uno di quegli uomini che non cascano per sempre, e che c'è vantaggio a dar loro una mano. Ora egli, per la tua sciocca paura, perde la fama e la libertà. Clodia Metella vuol ridere saporitamente di lui... e di noi! Ah, quanto mi sarebbe più caro che tu fossi stato meno liberale in altre cose con me! Quella villa a Pompeia! Quella schiava di Mileto pel mio giorno natalizio!....
— Tutte cose che costavano assai meno, mia bella; — rispose Elvio Sillano; — ed io potevo regalartele, senza pericolo di andare in rovina. —
Giunia Sillana si avvide che da quella parte non c'era più nulla da fare, e lasciò di rammaricarsi. Un'ora dopo, la bella matrona usciva di casa, dopo aver fatta annunziare la sua visita al console Sulpizio Rufo. E non è a dire come l'egregio uomo si rallegrasse di quella inaspettata ventura.
CAPITOLO XXIII. Dopo la sentenza.
Abbiamo lasciato il nostro eroe sotto il peso della sentenza pretoria, e non ci siamo neanche fermati a dire con che animo l'avesse accolta. Ma questo s'immagina facilmente. Caio Sempronio era andato al Foro con poca speranza di vincere, ma quella poca gli bastava per non prevedere un colpo così grave. E mentre sperava che l'eloquenza di Cicerone facesse condannare i suoi creditori come usurai, o che almeno il suo amico Elvio Sillano volesse offrirsi mallevadore per lui, ecco, gli capitava tra capo e collo la mazzata, si sentiva ghermito dalle luride mani di Servilio Cepione e dei suoi brutti colleghi.
A quel tocco improvviso si scosse, e un senso di paura gli scorse per tutte le fibre. Ma in pari tempo gli sovvenne che era in un luogo pubblico, al cospetto di mille, e rialzò fieramente la testa, come per far fronte al destino con la dignità del silenzio. Era la mano di Cepione, quella che si era posata sulle sue spalle; ma egli sentì la mano di Clodia Metella, di Clodia Metella, che oramai gli appariva ciò che veramente era, un vile strumento degli argentarii. Forse era da credersi che quella Venere spogliatrice gli avesse voluto un po' di bene, in mezzo a tutti gli artifizi che le erano comandati dal suo mestiere di adescatrice, e che ciò avesse destato la gelosia di Cepione; altrimenti, non si sarebbe potuto spiegare l'accanimento dell'usuraio contro di lui.
Come mai era penetrato l'amore in quella montagna di carne? Caio Sempronio ci perdeva il filo. Forse non era amore, quello di Cepione, ma vanità offesa, che è peggio. Comunque fosse, il povero Caio Sempronio era diventato lo schiavo, l'addictus di quell'uomo e de' suoi due prestanomi.
E andando in mezzo a loro, pensava con raccapriccio al futuro. Chi lo avrebbe riscattato dalle loro mani per una somma così ragguardevole, come quella che formava lo scoperto de' suoi debiti? Valeva egli il sacrifizio d'un milione di sesterzi? E avrebbe trovato l'amico compassionevole, o il matto, che si scomodasse a tal segno per lui?
Il nostro povero cavaliere si vedeva già fatto a spicchi. Le Dodici Tavole parlavano chiaro. «Se più saranno i creditori (e questo era proprio il suo caso), scorso il terzo giorno dei mercati, lo facciano in pezzi; se qualcheduno ne tagliasse più o meno, non sia incolpato di frode.»
Tre spicchi, adunque, perchè i creditori erano tre. Questa la prospettiva, e non c'era mica da scherzare. Al nostro prigioniero tornava in mente quel certo pugillare di Clodia Metella, dal quale aveva avuto principio la loro relazione. «Stimo te grandemente, nè l'ho taciuto in alcuna occasione; fors'anco sarà giunto alle tue orecchie. Alle mie è giunto un sogno, niente più d'un sogno; ma tu sai quanta fede debba prestarsi a questi avvertimenti del cielo. Una mia schiava prediletta ha sognato di te, che eri fatto in tre pezzi da uomini assetati del tuo sangue. Ho tremato in udire il racconto della sua visione, e non ho potuto resistere al desiderio, nè voluto sottrarmi all'obbligo di avvisarti. Chiedi ai matematici, e godi le prospere Megalesi; è il mio voto.»