E qui, poichè m'è occorso di accennare una incerta legge Petilia Papiria, dirò che essa, se pure è autentica, risguarda soltanto una restrizione del diritto che aveva il creditore a mettere le mani addosso al debitore, prima che questa manus injectio gli fosse consentita pro judicato, cioè a dire dopo una sentenza del pretore. Se ne ha notizia da un passo di Tito Livio, dove racconta, all'anno 428 di Roma, essendo consoli Caio Petilio e Lucio Papirio, che, vedute le sevizie di un usuraio sulla persona del giovinetto Publilio, datosi spontaneamente prigione per un debito del padre, il senato commise ai consoli di proporre al popolo una legge, per la quale nessuno fosse più tenuto nei ferri, se non lo meritasse per colpa commessa e per iscontare una pena. Livio non dice espressamente che i consoli abbiano poi proposta la legge; ma, sia pure stata proposta e vinta, essa non risguarda che un caso di cattura stragiudiziale e non infirma punto il.... Diavolo! Diavolo! O vedete un po' dove ero andato a ficcarmi!

Schiarito il punto controverso, vi dirò che il nostro povero Tizio Caio Sempronio rimase pro judicato in balìa dei suoi creditori feroci, che lo trassero via pel Foro, in mezzo agli scherni, ai fischi, agli applausi e alle grida d'ogni genere, di quello che i poeti hanno chiamato «il mobil volgo».

Marco Tullio Cicerone, passata quella burrasca, se ne andò pei fatti suoi. Era un po' triste, il grand'uomo, perchè aveva preso ad amare quel giovane sventato, e perchè nella rovina di lui vedeva la mano di Clodia Metella, di quella Venere spogliatrice, che invano egli aveva svergognata pochi anni addietro, al cospetto di tutta Roma, nella memoranda difesa di Celio Rufo. Ma, dopo tutto, quella battaglia perduta era un semplice episodio nella sua vita forense; e di sconfitte ce n'erano state parecchie, tra l'altre quella recente per Annio Milone, che ancora non aveva potuta mandar giù. Ora, lo dice un proverbio latino, dov'è il più, non si tien conto del meno.

Assai più confuso e impacciato di lui, se ne andò a casa Elvio Sillano. Come avrebbe egli raccontato l'accaduto a quella brontolona di sua moglie?

Ma ella sapeva già tutto, quando il marito le capitò davanti con quella sua cera ingrullita, e gli diede un assalto così violento, che il brav'uomo si riscaldò a sua volta e trovò lì per lì una fermezza che in ogni altra occasione gli sarebbe mancata.

— Uomo senza cuore! — gridava la bella patrizia inviperita. — Per colpa tua egli è ora in mano a quei tristi, che lo tormenteranno.... lo uccideranno....

— Oh questo poi! — interruppe Elvio Sillano. — Lo venderanno, ecco tutto; e noi lo compreremo.... se pure vorranno calare un tantino i prezzi, e non domandarne un milione di sesterzi. Quanto ad ucciderlo, che tornaconto ci avrebbero?

— Per vendetta si può fare di peggio; — rispose la moglie. — Tu sai che Cepione era geloso di lui. Fino a tanto che ha avuto da spennacchiare, non ha fiatato; anzi è corso negl'imprestiti un poco più in là del bisogno, tanto per averlo in suo potere. E grazie a te, gli è riuscita.

— Ma infine, ragioniamo; dovevo io mettere a repentaglio una metà, un terzo delle mie sostanze, per accomodare i pasticci d'uno sventato, che conoscevo a mala pena da due mesi? —

Giunia Sillana diede al marito un'occhiata di profonda commiserazione.