— Starà male la mia testa, piantata su quell'otre gonfiato; — osservò Caio Sempronio. — Sai che cosa ti converrebbe di più? D'impiccare ad una trave quel tuo corpaccio di Sileno, e di figurarti che la tua anima sozza sia entrata nel mio.

— Ah, ah, burlone! — gridò l'argentario, colto in pieno dai sarcasmi del suo debitore. — A buon conto, questo corpaccio ha preso il tuo posto.... dove tu sai.

— E di ciò ti ringrazio; — riprese Caio Sempronio. — Mi ci trovavo male, e fu colpa mia, imperdonabile colpa, di non essermene avveduto un po' prima.

— Che cosa intenderesti di dire?

— Niente che ti riguardi. Va, adesso; Clodia ti aspetterà.

— Sicuro che mi aspetta! Me lo ha detto poc'anzi: «Servilio, anima mia, passerino mio, fa presto, non perdere il tempo con quello sciocco sdanaiato del tuo prigioniero.» —

Caio Sempronio non rispose verbo a quello sfogo di vanità. Il ricordo del passero gli fece venire in mente Catullo.

— Povero poeta! — diss'egli tra sè. — Come è caduta giù la tua Lesbia! —

Intanto giungeva il Trappola con una bottiglia di vetro dal collo stretto e dal ventre rigonfio, che raffigurava la testa di Medusa, e due coppe di terra cotta, ornate di bei fregi rossi, su fondo nero.

— Padrone, ecco il vino. È Cecubo.