— Ah furfante! — gridò l'argentario. — Un vino così prezioso per questo straccione?
— Ma.... — balbettò il servo; — tu stesso m'hai detto di portare il migliore. E poi, se devi berne anche tu....
— È vero, è vero; — disse Cepione, facendo la ruota. — Io devo berlo ottimo, e tu approfitti della fausta occasione, o Sempronio. Ringrazia il mio genio tutelare. —
E con quella volubilità che è propria degli ubbriachi, il degno argentario offerse da bere al suo debitore.
Caio Sempronio respinse la tazza, che scivolò dalle mani di Cepione e sarebbe certamente andata in frantumi, se il coppiere non fosse stato pronto ad afferrarla per aria. Il vino, tuttavia, andò ad inaffiare il battuto.
— Non vuoi bere? — gorgogliò l'ubbriaco. — Hai torto, e Libero ti punirà. Anzi ti ha già punito, — soggiunse egli, felice di avere trovato un bisticcio, — perchè ti ha fatto schiavo. A te, Trappola, da bravo; versami ancora tre gocce di nettare. Ma bada, per Bacco, che non ti tremi la mano. Tu risichi di farmi una libazione che non è più necessaria. —
Quasi non sarebbe mestieri di spiegare ai lettori le parole dell'argentario. Dicevasi libazione quel tanto di vino, o d'altro liquore, che si spargeva sull'ara, quasi per dinotare che tutto era consacrato agli Dei.
— Padrone, non son io, — disse il Trappola. — È la tua coppa, che si muove.
— Ah sì? E come può essere? Io son saldo, vedi, saldo come un Atlante. —
E barellava, il degno argentario, per modo che il Trappola reputò necessario di condurlo bel bello fino al letto di fabbrica, affinchè vi trovasse un rincalzo al suo centro di gravità.