In quel mentre, si affacciavano sul limitare cinque o sei uomini, condotti dall'atriense.

— Padrone, — disse il servo, — eccoti il fabbroferraio, venuto per metter le catene al prigioniero.

— Benissimo! — gridò Cepione. — E siano saldate a dovere, chè questo furfante non abbia a fuggirmi.

— Non dubitare, nobilissimo Cepione; — rispose il fabbroferraio, con una voce che colpì Caio Sempronio; — ribadiremo gli anelli per modo che neanco il dio Saturno potrebbe cavarne i piedi. —

Saturno aveva, tra gli altri suoi uffizii celesti, il patronato degli schiavi, ed era spesso rappresentato con le catene ai piedi; catene che si toglievano via, durante la sua festa, nel mese di settembre, quando si concedeva agli schiavi una libertà temporanea.

Il fabbroferraio, uomo aitante della persona e nero di fuliggine per tutte le membra, si face innanzi, seguito dai suoi aiutanti, che portavano le catene e gli arnesi del mestiere.

— Quanti siete? — esclamò Cepione. — Sono forse necessarie tante persone, per adattare due cerchi di ferro alle gambe d'un uomo? —

Il fabbroferraio si mise a ridere.

— Temi di doverci dar da bere a tutti, nobilissimo Cepione? — domandò egli, cansando la risposta. — I miei garzoni non bevono vino.

— Quando non ce n'hanno; — soggiunse a mezza voce uno di loro.