Intanto il nostro Caio Sempronio allungava una gamba, per agevolare il lavoro al fabbroferraio. Lo aveva veduto più da vicino, aveva studiato meglio la sua voce, e sotto la fuliggine che gli copriva il volto, aveva riconosciuto Piramo, il suo ostiario, venduto da lui, insieme con tutti gli altri schiavi della casa, a Giunia Sillana.

Piramo, dopo aver data al prigioniero un'occhiata d'intelligenza, s'inginocchiò, e, presa la catena dalle mani d'uno de' suoi compagni, ne adattò un anello alla gamba del paziente.

Cepione seguiva attentamente degli occhi il lavorìo di Piramo.

— Che m'andavi tu cantando del Dio Saturno? — gridò egli, com'ebbe visto l'anello. — Quei cerchi son troppo larghi.

— Non mi pare; — rispose il fabbroferraio.

— Ti dico che son troppo larghi per quelle due tibie, e lo sarebbero anche pe' miei polpacci.

— Tu vuoi scherzare, nobilissimo Cepione; — disse Piramo, che fino allora non aveva tralasciato di ammiccare al prigioniero, sperando che volesse capirlo. — Vedi tu stesso, se la cosa è possibile. —

Così dicendo, tolse l'anello dal piede di Caio Sempronio, e lo adattò alla gamba di Cepione.

— Vedi? — gridò questi con aria di trionfo. — Cresce almeno sei dita.

— Non si tratta d'altro? Eccoti come si rimedia; — rispose il finto fabbro.