Procombere e servir.

— Bene! per gli Dei immortali! — gridò Tizio Caio Sempronio, profondamente commosso. — Diana o Delia che sia, questa donna è adorata in forma solenne!

— Senti, Delia; — disse la regina del convito. — Tu sei debitrice d'un bacio a Numeriano. O in premio ai suoi versi leggiadri, o in penitenza di un falso giudizio, a tua scelta.

— Di che mi punite? — domandò la bella sdegnosa. — Di aver costretto il poeta a cantare? Lodatemi, invece, perchè l'ode è riuscita degna di Valerio Catullo.

— Questo paragone vai forse un bacio; — entrò a dire Ventidio.

— Non per me; — rispose prontamente Numeriano. — Del resto, io l'accetto come uno scherzo di quelle labbra, che fanno parer bello il sarcasmo. Valerio Catullo è un gran poeta, ed io sono uno scolaretto. —

Quella di Numeriano era onestà, rara anche allora per un alunno delle Muse. Ma pensate, o lettori, che Numeriano era giovane, e non aveva anche imparato a lasciar correre tutti i giudizii che potessero nuocere ai suoi fratelli in Apolline e far comodo a lui.

Intanto che gl'innamorati si bisticciano (poichè, già lo avrete capito, Numeriano è invaghito di Delia ed ella lo sa da un bel pezzo), non dimentichiamo le ultime fasi della cena.

I servi avevano portato via la mensa ed erano andati attorno coi catini d'argento e cogli asciugamani, perchè i convitati ripulissero le forchette, date a loro dalla madre natura, e tali perciò da non potersi portar via sudicie, per rigovernarle in cucina.

Ciò fatto, a suon di cetre e di flauti, venne in mezzo al triclinio la seconda mensa, bella a vedersi per la sua lastra di legno prezioso intarsiato d'avorio e di tartaruga, con fregi d'argento, che ricorrevano eziandio sul piede, riccamente intagliato.