Sulla seconda mensa erano già imbanditi i confetti, i dolciumi, le torte di cotognato ed ogni generazione di frutte serbevoli. Non mancavano tuttavia le frutte fresche, quantunque si fosse alle calende di aprile. L'Africa e la Sicilia erano gli orti suburbani di Roma. E qual è lo scolare di umanità che non ricorda i fichi d'Africa, portati dal fiero Catone in Senato, come il più fresco degli argomenti a conforto del suo eterno: Delenda Carthago?
Intanto si seguitava a bere. Le anfore si succedevano e non si rassomigliavano; e i discorsi neppure; anzi, questi assai meno delle anfore. Parlavano tutti, e bevevano a lor posta, senza aspettare i comandi della regina. La quale, del resto, non avrebbe saputo più darne, incalzata com'era dalle fervide orazioni di Postumio Floro, che affogava nelle proteste d'amore il ricordo dei quarantamila sesterzi di cui era debitore all'usuraio Cepione.
Tra Ventidio, che criticava ad alta voce tutti i poeti del tempo, e Vibenna che incominciava ad annaspare, come uomo che caschi dal sonno, Febe taceva, pensando a Numeriano, che mostrava di non pregiare i suoi vezzi e di non intendere le sue languide occhiate. Glicera, dolce come il suo nome, aiutava Caio Sempronio a ravviare la conversazione, che procedeva a sbalzi, ad urti, a sbrendoli, come era naturale in quell'ora. Delia, più padrona di sè che non fossero gli altri, si schermiva destramente in quella guerra di parole, prodiga d'arguzie e sorrisi a tutti, fuorchè al suo poeta, al povero Numeriano, che non sapeva distogliere lo sguardo da lei.
La cena finiva, come tutte le cene dei nostri vecchi Romani, in una gran confusione. Qualcheduno dei commensali aveva già provato ad alzarsi, o perchè avesse il braccio indolenzito, o perchè volesse sperimentare le sue gambe. E alle lacune avevano tenuto dietro i cangiamenti di posto. Ventidio, sfortunato con Febe, era andato a chiacchierare più da vicino col padrone di casa, e Numeriano si era trovato, senza avvedersene, all'altro capo del triclinio, col gomito timidamente appoggiato sulla spalliera del letto di mezzo, accanto al guanciale di Delia.
— Poeta, — gli diceva la bella sdegnosa, rispondendo ad un inno in prosa che egli le aveva bisbigliato all'orecchio, — tu piaci alle Muse, ma io ti consiglio di ottenere anche i sorrisi di Pluto. —
A quella frecciata che lo coglieva in pieno, il povero Numeriano impallidì.
— Hai ragione; — diss'egli poscia. — Ma è colpa mia se non son ricco? E mi accuserai tu, — soggiunse, prevedendo ciò ch'ella avrebbe potuto rispondergli, — se i miei occhi ti trovano bellissima tra le belle e il mio cuore sente il bisogno di dirtelo? Si può amarti, o Delia, anche senza aver le ricchezze.... o i debiti di Giulio Cesare.
— Ed io non chiedo tanto; — replicò sorridendo la greca. — I miei gusti sono più modesti che tu non creda. Abborro questo sfarzo dei tuoi concittadini, questo lusso mostruoso che rasenta la follia. Ero nata per vivere come una giovine e mite sacerdotessa, nel tempio d'una Dea....
— Che tu avresti fatta morire d'invidia; — interruppe Numeriano.
— Se una Dea potesse morire; — notò Delia, che le lusinghiere parole del giovane avevano rabbonita. — Ma infine, anche a voler fare la vita dei pastori di Teocrito, ci vuol sempre il bosco, l'orto e la casa. Non hai pensato a questo, o poeta?