— Sì, — diceva intanto quest'ultimo a Tizio Caio Sempronio, — mi trovo ad un brutto passo. L'usuraio Cepione non mi dà requie. Sono citato davanti al pretore per le none di questo mese e farò una trista figura. Tutto per quarantamila sesterzi... una miseria; non pare anche a te?

— Sicuro, — rispose Caio Sempronio; — una vera miseria! —

Lettori, date anche voi ragione a Postumio. Infatti, che cos'era il sesterzio? Potreste insegnarlo a me; una moneta del valore di due assi e mezzo, la quarta parte d'un denaro d'argento, e corrispondeva a ventiquattro centesimi e dieci millesimi della moneta odierna. Nei primi secoli di Roma il sesterzio era coniato in argento, ma più tardi lo si era fatto d'oricalco, che è come a dire una bellissima qualità di ottone. Diciamo dunque che Postumio aveva bisogno di quarantamila sesterzi, poco meno di diecimila lire. Che cosa sono diecimila lire? Una miseria per Tizio Caio Sempronio, che era ricco, e per Postumio Floro, che non le aveva lui, ma che contava di trovarle nei forzieri dell'amico.

Caio Sempronio stette a pensare un pochino. Diecimila lire sono una miseria, certamente, ma una miseria che non si porta in tasca, neanche ai dì nostri, che si ha il vantaggio inestimabile del portafogli e della carta monetata. Bisognava dunque parlare all'arcario, servo o liberto, che teneva i conti e soprintendeva alle entrate e alle spese della famiglia. Ora il dover parlare di queste cose all'arcario, è sempre stata una noia non lieve, anche ai tempi e con la beata tranquillità di Tizio Caio Sempronio.

Ma l'amicizia non ha forse i suoi dritti? Che cosa vale il danaro a paragone dell'amico? Non è l'amico una continuazione di noi medesimi, un compartecipe di tutti i nostri diritti, quantunque non lo sia, e non lo voglia essere, di tutte le nostre servitù? L'uomo non vive dell'uomo, come il lupo del lupo? almeno, quando non ci ha di meglio per servire al suo pasto?

Queste ed altre considerazioni di tal fatta si succedettero nella mente del cavaliere, e la sua risoluzione fu pronta.

— Quando ti occorrono? — chiese egli a Postumio.

— Te l'ho detto, in questi giorni. Alle none di aprile dovrei essere chiamato in giudizio e correre per le bocche di tutta Roma. Vedi che guaio! —

Le none cadevano al cinque d'aprile; c'erano dunque appena quattro giorni di tempo.

— Orbene, disse Caio Sempronio, — passa domani da me.