Tizio Caio Sempronio era un gentil cavaliere, e bello, per giunta, come un dio di fabbrica ellèna. Si diceva che sua madre lo avesse concepito dopo essersi fortemente commossa alla veduta di una statua di Scopa. Aveva i capegli biondi e riccioluti, diritto il naso, breve il labbro superiore, il mento rotondo, l'orecchio piccolissimo; insomma, tutte le bellezze d'Apollo. E quando andava a diporto per la via Lata, o per la Flaminia, con le sue listerelle di porpora (clavus angustus) che scendevano parallele sul davanti della tunica, ed erano il contrassegno del suo ordine, gli facevano l'occhiolino le matrone, dal fondo delle loro lettighe, e gli uomini s'inchinavano, o si recavano la mano al cappello, secondo che andassero a capo scoperto, o portassero il pètaso.

Gli uomini non lo onoravano già per la sua bellezza, s'intende; che anzi avrebbero dovuto invidiarlo e scoccargli un «i in malam crucem» dal profondo dell'anima. Queste delicatezze gli uomini ce le avevano in corpo fin da quell'ora; tanto è vero che la civiltà è antica e i suoi primordii si perdono nella notte caliginosa dei tempi.

Tizio Caio Sempronio era un leggiadro cavaliere, l'ho detto; ma in compenso era anche ricco. Aveva grossi poderi a Tivoli e nell'agro Reatino, donde uscivano i suoi maggiori. Per altro, se il nostro cavaliere potea vantarsi Sabino d'origine, non lo si poteva riconoscer tale alla parsimonia proverbiale di quella gente. Tizio Caio Sempronio spendeva liberalmente tutte le sue entrate, e dell'altro ancora. Però andava per le bocche di tutti, e si faceva a gara per averlo amico. Uomini di vaglia, o giovani promettenti, come Cesare e Catilina, lo avevano in pregio; e perfino quel caro matto di Clodio, prima di far quella morte immatura, che tolse un altro salvatore a Roma e un grand'uomo alla storia, era stato in molta dimestichezza con lui.

Mi affretto a soggiungere che Tizio Caio Sempronio non era uno dei loro in certi disegni politici. A cena, alle terme, sotto i portici, al teatro, sta bene, ma niente più in là. Il nostro bel cavaliere amava la Repubblica tal quale l'avevano lasciata i vecchi, e non sentiva il prepotente bisogno di rimutare le istituzioni. Era, pel suo tempo, quello che oggi si direbbe un conservatore.

L'unica cosa che non avrebbe voluto conservare, erano le ipoteche; noiosissime ipoteche, le quali già incominciavano a fioccare sopra i suoi latifondi. Ma già, il tizzo non risplende senza ardere. Ed era così allegra la fiammata! Ed era così sontuosa la dimora del gentil cavaliere!

Egli abitava sul Viminale, in un bell'edifizio a due piani, donde si godeva una vista incantevole. Il senator Rosa ha avuta la fortuna di trovare le substructiones di questa casa tra i Bagni d'Agrippina e le Terme di Olimpiade, e di riconoscerne il possessore antico, da un sigillo di bronzo, rinvenuto nella cella vinaria. Io posso adunque, dietro la scorta del dotto archeologo, darvi un briciolo di descrizione, ricostruirvi con la fantasia l'abitazione di Tizio Caio Sempronio.

Figuratevi un edificio diviso in due scompartimenti principali: l'atrium, o cavaedium, coi suoi annessi necessarii all'intorno, e il peristilium, con le sue pertinenze; l'uno all'altro riuniti da una stanza intermedia, il tablinum, e da due corridoi (fauces) che gli stavano ai lati. Avete inteso? Debbo immaginarmelo, chè in vero mi tornerebbe difficile di darvene una descrizione più chiara.

E adesso che avete il complesso, il nocciolo della pianta, entriamo pel prothyrum, o vestibolo, androne di entrata dall'uscio di strada, nel cui pavimento a musaico è raffigurato un cane, un cinghiale, od altro animale grazioso e benigno, che dovrà farci buona accoglienza in nome del padrone di casa.

Varcato il vestibolo, si riesce nell'atrio. È uno spazio chiuso, rettangolare, i cui lati sono coperti da una tettoia, la quale ha una larga apertura nel mezzo (compluvium) a cui corrisponde nel pavimento un bacino (impluvium) destinato a ricevere l'acqua piovana dalla soprastante apertura. La tettoia è sorretta da colonne, che formano per tal guisa un chiostro aperto, da ricordare, ma con assai più d'allegrezza per gli occhi, un chiostro di monastero.

Lo vedete quest'atrio? No, non lo vedete ancora. Infatti, come potreste vederlo a tutta prima, se, al tempo di cui parlo, ce n'erano di tre specie?