Primo fra tutti, c'era l'atrio toscano, il più semplice e il più antico, adottato a Roma per imitazione dagli Etruschi. Esso non aveva colonne. A reggere la tettoia che correva lungo le pareti delle stanze laterali, bastavano due lunghe travi, che andavano pel lungo da muro a muro, nelle quali se ne calettavano due altre più corte, in guisa da formare un'apertura quadrata nel centro.
Ma questa forma d'atrio parve ben presto una povera cosa, e s'inventò l'atrio tetràstilo, ossia di quattro colonne, che rispondevano appunto ai quattro angoli dell'apertura.
Da questa novità alla bellezza dell'atrio corinzio non c'è che un passo. L'apertura si allarga, le colonne crescono di numero e di magnificenza. L'arte greca ha vinto; nell'atrio sfolgoreggia la luce; la matrona può stare in casa, filar la sua lana e viver casta (casta vixit, lanam fecit, domum servavit), senza morir d'anemìa.
Fermiamoci ora. Siamo in un atrio della terza maniera. Lungo le pareti delle logge laterali, tra gli usci delle camere, si rizzano sui loro piedistalli le statue dei maggiori, alcuni dei quali sono anche effigiati in cera, entro le loro nicchie, sull'architrave degli usci. Di fronte al vestibolo, dall'altro lato dell'atrio, è il tablino, archivio ad un tempo e sala di ricevimento. Infatti, nei primi tempi lo si adoperava a contenere le tabulae, gli archivi della famiglia; ma servì poi a ricevere i visitatori. Questa camera, che ha la parete di fondo formata da tramezzi di legno, o scene mobili, può diventare in estate un passaggio, come le fauces che le corrono sui lati; un passaggio, vo' dire, dall'atrio al peristilio, che è la seconda divisione della casa. Vedete che magnificenza! Una persona che entri dal vestibolo, può guardare d'un tratto, e senza difficoltà, attraverso l'intiera lunghezza dell'edifizio, atrio, peristilio e giardino.
Prima di uscire dall'atrio, diamo un'occhiata ad alcune altre particolarità. Delle statue e delle immagini degli antenati, vi ho detto quanto basta. In un certo punto della parete c'è il tabernacolo degli dei Lari. Erano questi gli spiriti guardiani, le anime degli estinti, che, giusta la credenza dei Romani, facevano ufficio di protettori, nell'interno della casa. Erano costantemente rappresentati come giovinetti succinti, inghirlandati di alloro, e in atto di tenere in alto sul capo un corno da bere. Sempre davanti a loro stava un'ara di marmo, il focolare, con una cavità sulla cima, per ardervi gli incensi quotidiani.
Un'altra ara, più rilevata e più nobile, era qualche volta nel tablino, davanti a un tabernacolo in cui si adoravano gli dei Penati, o patroni della famiglia, che potevano essere Giove, Giunone, Minerva, Apollo, Nettuno, od altro qualsivoglia degli abitatori dell'Olimpo.
Fatta questa necessaria distinzione tra Lari e Penati, entriamo nel peristilio. È la parte più familiare della casa; un colonnato, come nell'atrio corinzio; quattro corridoi all'intorno, e lungo i corridoi le camere per uso della famiglia. In mezzo al cortile è qualche volta il giardino, con tutti i fiori che piacciono alla matrona, se ama i fiori, o con tutte le piante utili alla cucina, se è una massaia, che bada anzi tutto al risparmio.
Ma qui non ci sono massaie. Tizio Caio Sempronio è scapolo, e non ha da ringraziare per suo conto gli Dei alle calende di Marzo, quando tutta la Roma coniugale celebra la bontà di cuore delle spose Sabine. Lasciamo dunque il giardino co' suoi fiori. Esso darà le rose, di cui i servi di Tizio Caio Sempronio comporranno le ghirlande per gli ospiti, quando si sdraieranno nel triclinio, vasta sala da pranzo, che è per l'appunto lì presso, a poca distanza dalla cucina.
Prima dì finirla con la descrizione della casa, vorrei parlarvi dal piano di sopra, diviso in piccole camere, anch'esse per uso d'abitazione. Non v'induca in errore il loro, nome di coenacula. Non ci si pranza più, fin dai tempi di Varrone, ed è rimasto un nome generico per le camere del piano superiore, ove dormono i servi e i ragazzi, come nelle camere a tetto di tante case signorili del tempo nostro.
In casa del mio amico Tizio Caio Sempronio si dorme poco. C'è sempre corte bandita; colazione al mattino, o jentaculum; merenda, o pranzo, alle tre del pomeriggio, coi nomi latini di prandium e di merenda (veramente il pranzo è pei ricchi, e la merenda pei lavoratori, forse perchè bisognava guadagnarsela); cena finalmente alla sera. Tutti questi nomi si sono rimutati nell'uso moderno, e il pranzo ha preso il posto della cena. Già, lo ha detto Vittor Ugo, ceci tuera cela. Ma io conosco ancora molti impenitenti pagani, che fanno merenda in casa, quando la famiglia prende il suo pasto più forte, e cenano, poi, quantunque all'osteria, molto più tardi, e in compagnia di allegri commensali.