Le cene di Tizio Caio Sempronio avevano fama in città, come quelle di Lucio Licinio Lucullo. Figuratevi se gli mancavano i convitati, con la magnificenza gastronomica di cui facea pompa il suo cuoco, e la presenza delle più belle e colte fanciulle dell'Attica, o delle rive della Jonia. A quei tempi era di moda il greco, siccome ai dì nostri il francese.

Oggi, sia lodato Iddio, il greco non si conosce più, neanche dai professori. La moglie d'un grecista famoso raccontava un giorno di non aver concessa la sua mano a quel degnissimo uomo, se non dopo la testimonianza di due oneste persone, le quali giurarono che egli insegnava bensì il greco, ma che non lo sapeva altrimenti.

CAPITOLO II. Il triclinio.

Siamo alle calende d'Aprile. Il mese è sacro a Venere, e in questo giorno le donne romane vanno a lavarsi nei templi, o nei sacrari domestici, inghirlandate di fiori e di mirto. La ragione ve la dice Ovidio, nei Fasti. La dea madre d'Amore, uscita appena dall'onde, stava ritta sulla spiaggia asciugandosi i capegli al sole, allorquando s'avvide di essere adocchiata da uno stuolo di Satiri. E qui, o fosse perchè quei così le parevano indegni di contemplarla, o perchè ella non si era anche avvezza a simili adorazioni, Afrodite nascose prontamente le sue bellezze con un cespo di mortella, fatto nascere lì per lì sulla riva.

Altre cerimonie si facevano in quel giorno, e tutte avevano l'acqua per ingrediente necessario. Verbigrazia, le fanciulle da marito andavano a lavarsi nel tempio della Fortuna virile, per cancellare ogni imperfezione dal corpo. Ma perchè tra le imperfezioni ci dovevano essere quelle che nessuna acqua varrebbe a spianare, io suppongo che il miracolo della Dea dovesse consistere piuttosto nell'acciecare gli uomini per modo, che non si avvedessero più di una spalla fuori posto, d'una pupilla sviata, o d'altro sconcio simigliante. Accadeva che la gobba, la sciancata, o la cisposa, trovasse marito? La Fortuna virile aveva fatta la grazia.

Tizio Caio Sempronio non aveva nessuna di queste cerimonie da compiere, e nemmeno voleva sacrificare, come in quel giorno era l'uso, a Venere Verticordia, perchè facesse il miracolo di svolgere i cuori dagli illeciti affetti. Il giovinotto festeggiava alle calende d'Aprile il suo giorno natale. Era segnato tra i nefasti, nel calendario; ma che farci? Non si nasce mica quando si vuole. Ora, il miglior modo di passar l'uggia dei giorni nefasti, anche nella Roma antica, era quello di stare allegri quanto più si potesse.

E quanto a ciò, non dubitate, il nostro cavaliere aveva disposte le cose per bene. La sua casa accoglieva quel giorno un giusto numero di amici. Erano i quattro più cari e le quattro più belle; otto insomma, e lui nove; non di più, perchè dovevano mettersi a tavola.

Era un precetto antico che il numero dei commensali dovesse incominciare da quel delle Grazie, che erano tre, e non andare oltre quel delle Muse, che erano nove. In meno di tre, il banchetto riusciva malinconico; in più di nove turbolento.

Quattro cose, poi, si reputavano necessarie ad un convito: belli i convitati, scelto il luogo, acconcio il tempo e non negletto l'apparecchio. I commensali, inoltre, non dovevano essere troppo loquaci, nè muti. Ai primi si conveniva il foro, ai secondi il letto. Quanto ai discorsi, non dovevano toccare argomenti difficili, nè gravi, bensì giocondi, che derivassero l'utilità dal diletto, e recassero qualche conforto allo spirito. Così la pensavano i nostri vecchi Romani, che non volevano a mensa le noie del tribunale, del senato, dei comizi, o del banco.

Dopo tutto, come si sarebbe potuto parlare di queste cose punto piacevoli, alla mensa di Tizio Caio Sempronio, dove c'erano Lalage, Delia, Febe e Glicera? Lalage, una bellissima bruna, che, parlasse o ridesse, metteva in mostra due file di denti così leggiadri, da chiuder la bocca ad un esercito di causidici? Delia, una bionda, severa all'aspetto, come una statua di Fidia, ma con un paio di occhi, donde uscivano bagliori che vi rimescolavano il sangue nelle vene? Febe, bianca e soave come la Dea della notte? Glicera, dolce come il suo nome e piena lo sguardo di più dolci promesse?