La sala del triclinio era spaziosa e ornata con greca magnificenza. Dorato il lacunare, i cui cassettoni apparivano colmi da canestri di fiori, in atto di spandersi sui convitati. Le pareti erano maestrevolmente dipinte, con quadrature, prospettive e lontananze, che illudevano gli occhi e facevano parere il luogo più vasto. In quella di mezzo si ammirava un affresco, rappresentante Amore e Psiche, mezzo sdraiati davanti ad una mensa sontuosamente imbandita. Certo, da quell'affresco doveva Apuleio aver cavato più tardi il soggetto del famoso episodio della sua favola milesia. Tizio Caio Sempronio chiamava quel dipinto: «Amore a tavola» e lo celebrava il primo tra tutti gli amori. Se avesse ragione non so, e non ho tempo a cercare.
Figuratevi che ci ho ancora un mondo di cose da dirvi. Tutto intorno si vedevano arredi d'altissimo pregio; candelabri di bronzo, che imitavano lo stelo d'una pianta, e recavano in cima un dischetto, su cui era posata la lucerna; tripodi, su cui si ardeva l'incenso, od altro aroma di effluvio più grato alle nari; mense vasarie, su cui posavano boccali, brocche, anfore ed altri utensili necessarii al convito; da ultimo il repositorio, o portavivande, vistoso mobile di legno, incrostato di tartaruga e arricchito di fregi d'argento, scompartito in varii palchetti, l'uno sull'altro, destinati a sostenere i vassoi con le loro diverse portate.
La mensa era nel mezzo, tutta in legno di cedro, levigata e rilucente, macchiata qua e là come una pelle di pantera, quadrata di forma, per adattarsi ai tre letti che le correvano intorno.
I letti, sicuro; e appunto per questo la sala si chiamava triclinio, dai tre letti su cui si adagiavano i commensali, appoggiati sul gomito sinistro. Ogni letto aveva tre posti, coi loro cuscini e guanciali di piume, ed ogni posto aveva il suo nome, il sommo, l'inferiore e l'imo. La stessa denominazione serviva pei letti, da destra a sinistra del riguardante, salvo che il letto di mezzo non si chiamava inferiore, ma il medio. Di qui le divisioni gerarchiche dei posti, summus, inferior, imus, in summo, oppure summus, inferior, imus, in medio, e finalmente summus, inferior, imus, in imo. Quest'ultimo era proprio l'ultimo posto della mensa. Ma il primo non era mica il summus in medio, come porterebbe la nomenclatura accennata, bensì l'imus in medio, perchè il convitato più ragguardevole, stando nel letto di mezzo, che era il più nobile, restasse anche vicino al padrone di casa, che era sempre il summus in imo.
Lettori, se io riesco oscuro, non è mia colpa. Vorrei invitarvi romanamente a cena, e chiarirvi meglio il negozio. Accettate la buona intenzione, vi prego.
Tutto era all'ordine; i lumi accesi in giro sui candelabri e nella lampada di bronzo dorato, che pendeva dal lacunare. Il lettisterniatore aveva sprimacciato i letti a dovere e i commensali prendevano il luogo assegnato dal nomenclatore a ciascheduno di loro.
Ottima usanza era questa, e mi sia lecito di aggiungere, a mo' di parentesi, che potrebbe svecchiarsi utilmente ai dì nostri, per risparmiare ai convitati la molestia di andar su e giù intorno alla mensa, cercando i loro nomi sulle cartoline ospitali, ed anche per dare ad ognuno la consolazione di conoscere i suoi compagni di tavola; cosa difficile oltremodo, con l'uso moderno, e dove i convitati sian molti.
Gli uomini si erano sdraiati a mezzo sui letti; le donne stavano sedute. Così portava la costumanza romana; ma niente impediva che, ad una cert'ora del banchetto, il capo di Delia o di Lalage si arrovesciasse a destra o a manca, secondo il capriccio, e le rose della ghirlanda convivale si sfogliassero sulla sintesi del vicino.
La sintesi, ho detto. E non crediate trattarsi qui di uno dei due procedimenti filosofici per cui la mente umana svolge e perfeziona le sue cognizioni. Si tratta della combinazione di una tunica discinta con maniche corte, e di un pallio che ricopriva la metà inferiore del corpo ai convitati. Questa combinazione si chiamava con greco vocabolo, la sintesi, od altrimenti la veste cenatoria.
Notate che si prendeva il cibo più o meno delicatamente con le dita, e che la salsa poteva assai facilmente cadere sulla tunica. Donde la necessità d'indossare una veste ad hoc, la quale era fornita dall'ospite. Il convitato non recava di suo che il tovagliolo, nel quale, a cena finita, riponeva confetti, frutte, ed altri rilievi della mensa, che era permesso a tutti di portar via, come si usa anche adesso, nei pasti villerecci, dai convitati indiscreti.