Oltre la sintesi, fatta per cansar le frittelle sugli abiti, i commensali avevano dall'ospite il nardo ed il cinnamomo per ungersi i capegli, e la corona di rose, che, premendo sulle tempie, non permetteva ai fumi del vino (almeno, così credevasi allora) di salire al cervello.
Così disposte le cose, un ragazzo portò sulla mensa il bossolo dei dadi, e si lasciò decidere dalla sorte a cui spettasse il titolo di re del vino.
Il punto di Venere, che era il migliore, poichè in esso i tre dadi cadevano mostrando sulle facce superiori tre numeri diversi, toccò ad una donna, alla vispa Lalage dalle labbra di corallo e dai denti di avorio.
Un applauso universale salutò la regina.
— Non è questo il giorno d'Afrodite? — gridò Lucio Postumio Floro, a cui Lalage piaceva maledettamente. — E non è giusto che Venere favorisca la sua bella figliuola? —
Il sorriso, l'ho detto, stava di casa sulla bocca di Lalage. Ma quella volta esso apparve più soave dell'usato, e Postumio Floro n'ebbe al cuore una dolcezza infinita.
In quel mentre si udirono liete armonie. I sinfonisti entrarono nel triclinio, quale suonando la cetra, quale il flauto, in accompagnamento ad un coro di giovinetti, che cantavano le lodi del padrone, composte in metro saffico da Publio Cinzio Numeriano, il poeta.
— Belli i versi ed il canto! — disse Tizio Caio Sempronio, facendosi rosso dal piacere. — Abbia l'amico Numeriano tutto quello che gli gioverà domandarmi. E voi, — soggiunse, rivolto ai servi sinfonisti, — che avete cantato e accompagnato un carme degno di Apolline, siate da quest'oggi liberti. —
I sinfonisti si profusero in rendimenti di grazie. Numeriano, che era sdraiato all'ultimo posto, si senti più felice in quel momento, che se gli avessero dato il posto consolare, occupato pur dianzi da Lalage, la regina del banchetto.
— Ave, Sempronio! — diss'egli, — Tu sei veramente il primo dei Celeri. —