Avverto il lettore che Celeri dicevansi da principio i cavalieri, dal loro primo capitano Fabio Celere. E Numeriano, ricordando le antiche denominazioni, avrebbe potuto dire eziandio il primo dei Ramnensi, dei Taziensi, e dei Luceri, perchè appunto in tre centurie erano stati divisi i primi cavalieri da Romolo, e ascritti alle tribù di tal nome.

Incominciò, come a Dio piacque, il banchetto. Il Dio era Mercurio, a cui toccava la prima e la miglior parte del primo piatto di carne. Se poi la mangiasse, non so; forse ne faceva un presente al guardiano del santuario.

Mentre i sinfonisti cantavano e suonavano, un servo accorto, lo structor, aveva disposti sui vassoi del repositorio i piatti della prima portata, a mano a mano che giungevano dalla cucina. E appena finito il carme, altri due servi avevano sollevato il portavivande dalla credenza, collocandolo in mostra sulla tavola. C'era là dentro la gustatio, o l'antecœna, come a dire l'antipasto, o i principii; tutta roba da gustarsi per aguzzar l'appetito.

Di solito non mancavano nell'antipasto le uova sode, acconciate con salse; donde il proverbio romano «ciarlar dalle uova fino alle mele;» ossia dai principii alle frutte. Ma il lusso incominciava a volere che le uova fossero di pavone, le quali costavano un occhio, come potete argomentar di leggieri.

Il cuoco di Tizio Caio Sempronio aveva dunque seguita la moda, e mandava in tavola le uova di pavone; ma perchè la materia fosse vinta dall'arte, quelle uova giungevano in un vassoio foggiato a nido, su cui era una pavona di legno, con le ali spiegate, in atto di covare. S'intende che, non essendo la femmina del pavone così bella a vedersi come il maschio, lo scultore pittore aveva dato alla covatrice il collo azzurro, le penne lionate e il ventaglio dagli occhi d'oro, del suo vanaglorioso compagno.

Dispensate le debite lodi a quella ghiotta novità, e mostrato di saperla gustare, i convitati dovevano bere. Ma a questo provvedevano i coppieri. Già il credenziere era venuto innanzi con una grossa anfora, su cui era scritto a lettere allungate: Opimianum.

Il nomenclatore si era avanzato a sua volta ed aveva gridato, commentando la scritta:

— Falerno del consolato di Opimio! —

Lucio Opimio Nepote era stato console con Fabio Massimo nell'anno 632 di Roma. Quel vino avea dunque settant'anni. Ma non era quello il solo suo pregio. Nell'anno 632 ab Urbe condita, essendo console Opimio, la stagione fu così asciutta, che ogni sorta di frutti rimase squisitissima; il vino principalmente riuscì egregio, e tanta fu la sua fama, che con l'andar del tempo usavasi dire Opimiano ogni vino vecchio che servivasi alla mensa dei grandi.

— Come dobbiamo noi bere questa ambrosia dei Numi? — chiese Postumio Floro. — Dillo, o regina dalle labbra di rosa.