— Nel sestante, per ora; — sentenziò la regina. — Del resto, il Falerno Opimiano non è vino da deunce.
— Da triente, almeno! — osservò Marco Giunio Ventidio, volgendo a quell'anfora uno sguardo divoto.
— Alla seconda portata, se vi pare, o Quiriti! — rispose la regina.
— Diva Lalage, tu parli come i littori di Servio Sulpicio, quando il console si reca al tribunale; — replicò Giunio Ventidio.
«Se vi pare, o Quiriti!» era la frase invariabile dei littori, quando avevano a sgomberare le vie dalla calca del popolo, per dare il passo libero ai magistrati. Si vobis videtur, discedite Quirites.
Quanto alla controversia per la capacità dei bicchieri, lasciando stare le arcaiche corna di bufalo, usate a tal uopo dai primi Romani, e i fregi di metallo prezioso onde furono ornate in processo di tempo, noterò che i bicchieri si fecero più tardi d'oro, d'argento o di stagno, secondo le condizioni di fortuna, e si chiamarono, dalla misura di liquido che potevano contenere, sestanti, trienti e deunci. Del sestante, che conteneva appena due once, si servivano le persone sobrie. Augusto beveva sempre al sestante e non più di sei volte durante il suo pasto. Quattr'once conteneva il triente, che era perciò ritenuto un bicchiere di moderata grandezza, pei bevitori ragionevoli; e ciò per contrapposto al deunce, o bicchiere da undici oncie, che era il calice prediletto dei beoni.
— Néttare! — esclamò Elio Vibenna, un gustatore dei primi, dopo aver fatta scoppiettare due volte la lingua contro il palato.
— Sei Giove, adunque? — domandò Postumio Floro.
— Con Ebe al fianco; — rispose Vibenna, con un galante accenno alla sua vicina. — Febe val Ebe, ed anzi qualche cosa di più.
— Segnatamente, — aggiunse Postumio, — se avrai da bere alle lettere! —