— Mio signore, eccomi qua; — disse costui, inchinandosi profondamente.

— Sei tu, vecchio Lisimaco? Che cosa vuoi?

— Mi avevi fatto chiamare.... — riprese quell'altro.

— Ah sì, è vero; — disse Sempronio risovvenendosi; — ho anzi bisogno di te. Già capirai di che si tratta. —

Lisimaco stette muto a guardarlo. Era un vecchio servo, o, per dire più veramente, un liberto, servo manomesso, che continuava a vivere in casa degli antichi padroni, esercitando l'uffizio di arcario, ossia di soprintendente e cassiere. Pulito, molto serio e d'una rara probità, Lisimaco aveva avuta la piena fiducia del padre di Caio Sempronio, uomo assennato e non d'altro curante che di far prosperare la sua casa; nè doveva mancargli la pienissima fiducia del figlio, che alle faccende sue pensava pochissimo, come mi pare di avervi fatto già intendere.

Il liberto taceva, vi ho detto; ma il cavaliere continuò il discorso per lui.

— Ho bisogno di moneta; — soggiunse.

— A' tuoi comandi; — rispose Lisimaco.

— E molta; — ripigliò il cavaliere.

— Ahi! — mormorò quell'altro, — siamo alle solite.