— Vedete qua; — proseguiva intanto il nostro eroe, rifacendosi volontieri al tema del suo soliloquio. — Ella pensa a me; si affretta ad avvertirmi d'un pericolo che mi sovrasta. Ella già non poteva immaginarsi che si trattasse solamente delle mie sostanze, della mia persona.... giuridica. Senza badare ad altro, passando sopra a tutte le consuetudini, ha voluto avvertirmi. Divina Clodia! E poi dicono di lei che è.... che Valerio Catullo.... Baie! Già, i poeti sono la gente più molesta e pericolosa che al mondo sia. Vi scoccano un'ode, un'elegia, e tutta Roma, leggendo quell'ode, quella elegia, pensa che i sogni del poeta siano la verità, che le bellezze lodate da lui siano state vedute, che i difetti e i torti notati da lui siano torti e difetti veri e manifesti come la luce del sole. E una degna matrona, così calunniata, non ha più modo di rifarsi. Il poeta ha parlato; il volgo la condanna. Maledetti poeti! Non aveva mica torto Platone, a bandirli dalla sua repubblica! Questi ornati venditori di ciancie sonore vi mettono una povera donna in piazza. Hanno veduta una mano, come tutti gli altri, e nei loro versi vi descrivono il braccio, l'omero, e.... via discorrendo. Il volgo dei lettori, aiutando la malignità, immagina il resto. Dove il poeta non ha fatto altro che seguire i vaneggiamenti dell'estro, o le necessità della prosodia tiranna, egli vede altrettante indiscrezioni della più autentica forma. E in questa guisa si scrive la storia. Una donna ne ha uno? Povera lei! Gliene regalano cento. —
Come vedete, il nostro cavaliere girava all'ottimista. Di mattina, lo siamo sempre un po' tutti. La triste esperienza è un frutto delle ore più tarde, nella gran giornata dell'uomo; e poichè il giorno è nel suo piccolo una immagine della vita, voi potrete concedermi che il più melanconico dei pessimisti veda anche lui le cose del mondo, poniamo per un'ora, tinte dei colori dell'alba.
Del resto, e per ciò che risguarda il sesso debole, siamo sempre disposti a pensarne un gran bene, quando le sue debolezze profittano a noi. Per solito, delle donne che c'importano poco, si sente dir corna e si tace, quando non vi s'aggiunge del proprio l'onesta complicità del sorriso. Ma fate che una di loro entri nulla nulla nel cerchio della nostra giurisdizione, che un suo sguardo, una parola sua, udita e riferita, sveglino nel nostro animo la speranza, o nel cuor nostro il desiderio; e quella donna diventa di punto in bianco un'altra. Poverina, l'avevano calunniata. Già, gli uomini, metà son tristi e metà sciocchi; qual virtù uscirebbe salva dalle ciarle assassine?
Poi, viene il punto in cui l'uomo avvicina la donna calunniata. È così bella! Vedete che grazia, che soavità, che dolcezza! Ecco il segreto svelato; era cortese e l'han gabellata per lusinghiera; confidente di modi e le hanno dato lettere patenti di sfrontatezza. E l'uomo che ha fatta questa grande scoperta, felice di non doversi confondere coi tristi, nè con gli sciocchi, sale di cerchio in cerchio, per tutte lo stazioni del paradiso, fino a tanto, assorto nei raggi luminosi della divinità, ne resta così abbacinato da non veder più nulla. Dopo tutto, che importa il vedere? «Credete più ai vostri occhi che a me?» domandava audacemente una donna, che conosceva a fondo il suo uomo. Non era possibile che questi volesse farle un torto così grave, credette a lei e negò fede a' suoi occhi.
La bella Clodia, che faceva quella mattina palpitare così forte il cuore di Caio Sempronio e smarrire il suo giudizio (cosa non troppo difficile, perchè ne aveva sempre avuto pochino), era certamente una delle dame più calunniate di Roma. A torto, o a ragione? I versi del suo poeta, anche a fargli la tara, c'indurrebbero a credere che ella meritasse la sua fama.
Povero Catullo! Ne ha dovute mandar giù! Poeta elegante ed appassionato, già celebre fin dalla prima giovinezza per aver disposata nelle sue odi la delicatezza immaginosa di Anacreonte all'ardore profondo di Saffo, conobbe per suo danno la moglie di Metello Celere, se ne invaghì perdutamente, e da quel giorno egli non ebbe più pace. Riguardoso nella forma, mutò il nome di Clodia in quello di Lesbia; ma la cronaca non tenne il segreto, e Lucio Apuleio potè raccogliere ancora due secoli dopo le indiscrezioni della cronaca e tramandarle alla posterità.
Nessuna donna, se crediamo a Catullo, poteva reggere al confronto della sua innamorata. «Quinzia è bella per molti, dice egli; per me è bianca, alta e di nobile portamento; ma che sia bella in complesso, nego, perchè in quella grande persona non c'è grazia nè spirito. Lesbia sola è intieramente leggiadra; perchè, essendo bellissima tutta, ha rapite tutte le grazie a tutte le altre donne di Roma.» Contemplava il suo volto, ne udiva le soavi parole, e gli sembrava d'esser beato al pari, e, se possibile, più degli Dei. Veduta lei, niente altro desiderava. Ma la sua lingua s'intorpidiva; una fiamma gli scorreva per tutte le membra; gli risonavano le orecchie, gli occhi gli si coprivano di tenebre. Bello ogni atto, leggiadra ogni cura di lei. La vedeva deliziarsi nell'amore d'un passero, e lui a cantare il passero che ella amava più dei suoi occhi. Morì il passero, e lui a piangerne in versi stupendi la morte, invitando le Grazie e gli Amori a confortarla con le lagrime loro. «Viviamo, o mia Lesbia, ed amiamoci, le dice egli un giorno; non valgono un soldo le ciancie dei vecchi barbogi. Muore il sole e risorge; noi, morta una volta questa breve luce, abbiamo a dormire una notte perpetua. Dammi un migliaio di baci, e poi cento, poi altri mille ed altri cento ancora; e così via via, fino a perdere il conto.»
Ma ohimè, un giorno doveva cadergli la benda dagli occhi. Clodia era una civetta; non amava lui solo. Bella, ma senza cuore! E il poeta si sdegna, vuol rompere la catena, per custodire la sua dignità. Ma come fare? «Odio ed amo, dice egli ad un amico. Chiedi come ciò avvenga? Non so; ma lo sento e ne muoio.» L'ama troppo, non c'è via di salute; si allontana da lei e ritorna; l'amor suo è una sequela interminabile di sdegni e di paci. Irato contro sè stesso, disegna di allontanarsi da Roma, per non assistere alle sregolatezze di Clodia; va in Bitinia con Caio Memmio Gemello; ne ritorna povero e più innamorato che mai. Soltanto le sciagure domestiche lo distoglieranno un tratto dalla sua pena, e l'isoletta di Sirmio, sul Benaco, poco lunge dalla natale Verona, gli farà meno triste l'autunno precoce della sconsolata sua vita.
E adesso che abbiamo veduta la figura di Clodia attraverso ai rapimenti e alle malinconie d'un poeta, facciamo ritorno al nostro cavaliere Tizio Caio Sempronio. Il poeta s'è ridotto ai silenzi della sua villa di Sirmio, e Clodia è a Roma, sempre bella, sempre elegante, e circondata da cento vagheggini. Qual è la donna che non ci ha i suoi, dopo l'esempio di Penelope, ròcca di fede coniugale, assediata per tanti anni dai Proci? Ma badino, i bellimbusti di Roma; se entra in scena Tizio Caio Sempronio, poveri a loro! È un giovanotto che non perde il suo tempo, nè prima, nè dopo. È forte e bello, di buon cuore pe' suoi amici, inchinevole al tenero con le signore donne, ma non fino al punto di guastarcisi il sangue. Egli chiederà a Clodia ciò che essa può dare, sorrisi e carezze; non già la costanza, derrata di cui egli non saprebbe che farsi, e a cui non potrebbe offrire il ricambio.
Per altro, anche a non volersi smarrire troppo lungamente nelle ombre di Pafo, tornano sempre piacevoli i cominciamenti d'un ripesco amoroso. Messo il piede sul limitare del bosco, il cavaliere ci trovava un gusto matto a rincorrere le farfalle che gli svolazzavano capricciose davanti agli occhi. Fuor di metafora, Caio Sempronio seguiva col pensiero tutte le fasi di una lieta avventura, incominciata così ex abrupto con una tavoletta pugillare, che andava rivolgendo ancora per tutti i versi, quando gli si fece dinanzi l'arcario.