Quanto al pericolo che la bella patrizia gli accennava nel suo viglietto, Tizio Caio Sempronio ci pensò molto meno che a tutto il restante.
— Che pericolo ho da correr io? — diss'egli tra sè. — Esser fatto in tre pezzi! E da chi? Se i sogni vanno interpretati a modo, io posso credere che non si tratti d'una spartizione materiale. Infatti, vedete qua; ier sera non ne ho avuti tre, che volevano il mio.... e che l'avranno, pur troppo! Il sogno è stato veridico, anzi fatidico. Son tre gli assetati del mio sangue, o, per dire più veramente, di dugento sessantamila sesterzi. E li abbiano, poichè li ho promessi. Il sogno della schiava di Clodia non prova esso che io debbo dissetare quest'oggi i miei tre supplicanti? —
Questo ragionamento lo ricondusse a ricordare come e perchè fosse balzato quel giorno da letto un po' più presto del solito.
— Piramo! — gridò egli, richiamando lo schiavo, che si era prudentemente allontanato.
— Padrone!
— Dirai all'arcario che venga qua.
— Prima del cinerario? —
Il cinerario, se nol sapeste, era uno schiavo che, presso le dame, assisteva l'ornatrice, mentre questa faceva l'acconciatura del capo alla padrona; e il suo principale ufficio consisteva nel riscaldare il calamistro, o ferro da riccio, nelle ceneri; donde il suo nome che ho detto. Ma in alcuni casi, e presso gli uomini, egli faceva altresì l'ufficio di barbiere. Del resto, anche allora i capegli riccioluti non era solamente delle donne, e spettava al ferro caldo di dare ai patrizi romani le ciocche morbidamente inanellate della chioma d'Apollo.
— Anche prima del cinerario; — rispose asciuttamente il cavaliere.
Lo schiavo si allontanò, per andare in cerca dell'arcario.