Mi direte che il miglior modo, anzi l'unico, di sapere che cosa voglia da noi una dama, quando ci fa l'onore di scriverci, è quello di legger subito ciò ch'ella si è degnata di mettere in carta. Ma questo, che è vero in tanti casi, non lo è poi in tanti altri. Non lo era, per esempio, nel caso di Sempronio e di Clodia.

Vedete, difatti; la bellissima patrizia scriveva così:

«Clodia, a Tizio Caio, salute.

«Ti parrò ardita; e forse è questa la fama che corre di me. Qualunque io ti sembri, non sarò mai paurosa, nè sciocca. Stimo te grandemente; nè l'ho taciuto in alcuna occasione; fors'anco, sarà giunto alle tue orecchie. Alle mie è giunto un sogno, niente più d'un sogno; ma tu sai quanta fede debba prestarsi a questi avvertimenti del cielo. Una mia schiava prediletta ha sognato di te, che eri fatto in tre pezzi da uomini assetati del tuo sangue. Ho tremato in udire il racconto della sua visione, e non ho potuto resistere al desiderio, nè voluto sottrarmi all'obbligo di avvisarti. Chiedi ai matematici, e godi le prospere Megalesi; è il mio voto.»

Avete capito voi? No. E Tizio Caio nemmeno.

Non già perchè non intendesse le ultime parole, che forse allegheranno i denti a qualcuna delle mie lettrici, poco pratiche d'anticaglie. Le Megalesi erano feste solenni alla dea Cibele, onorata sotto il nome di gran madre degli Dei, epperciò chiamata in greco Megalisia. E perchè tutte le feste d'allora finivano in giuochi e spettacoli, come quelle del nostro popolo finiscono in corpacciate e combibbie, le Megalesi, che duravano otto o nove dì, cominciando nel quarto giorno di aprile (pridie Nonas Aprilis), erano più specialmente dedicate alle rappresentazioni sceniche. Pei Ludi Megalensi furono scritte quasi tutte le commedie di Terenzio.

Quanto ai matematici, era questo il nome degli astrologhi, degli indovini, che interpretavano i sogni della gente da bene. Orazio Flacco non voleva che si facesse capo a costoro, e raccomandava a Leuconoe di non chiedere il futuro ai calcoli babilonesi. E appunto da Babilonia, patria di astronomi e di matematici, erano venuti a Roma gl'indovini; e l'astrologia e la matematica, scienze dei Magi, avevano dato il nome all'arte di quegli antenati di Cagliostro.

Nemmeno era dubbio per Tizio Caio Sempronio il senso della lettera. Niente di più naturale che il dar retta ai sogni, in un tempo e in un paese di superstizioni come quello, che aveva tra l'altre cose i giorni fasti e nefasti, le ferie pubbliche e private, e queste anche in occasioni di fulmini, di modo che, ogni qualvolta si sentisse tuonare, era giorno feriato, fino a tanto non si fossero placati con offerte e sacrifizi gli Dei.

Dunque, nell'avvertimento di madonna Clodia non c'era nulla da dire. Ma una donna che scrive ha sempre un secondo fine, un intendimento riposto. E perchè si prendeva costei tanta cura della salute di Tizio Caio? Che cosa si doveva leggere tra le righe dello scritto? Lo avesse almeno invitato ad andare da lei! Ma no, d'invito non ce n'era pur l'ombra, neanche sotto forma di permesso, per un rendimento di grazie. Un avviso, un augurio, un voto, e nient'altro.

— Strana donna! — pensò il cavaliere. — Che cosa debbo conchiudere? Che ella si dà pensiero di me. E sia. Ma allora perchè non aggiungere: «a voce ti dirò meglio»? E questo accenno alle prossime feste! Che voglia vedermi allo spettacolo? Sì, certamente, ci andrò; ma di questo ella poteva esser sicura, e non c'era bisogno di dirmelo. Ma forse vuol farmi sapere che ci andrà lei. Ed anche questo era inutile. Dove non è, la bellissima Clodia? —