L'ostiario sorrise, e ripigliò:

— Se n'è andata, difatti, ed ha lasciato questo per te. —

Così dicendo porse una tavoletta pugillare al padrone.

Pugillare? Che diavol è? Sentite qua; si chiamavano pugillari certe piccole tavolette, rivestite di cera, per iscriverci su. Derivavano il nome dalle loro piccole proporzioni, perchè potevano essere comodamente tenute nel pugno; ed erano usate per quaderni di memorie, per notarvi i pensieri fuggitivi, e sopratutto per mandar lettere amorose.

Insomma, avete capito. Avrei potuto dirvi subito un viglietto, come quello di Rosina a Lindoro. Ma non siamo per niente sotto il consolato di Sulpicio Rufo e di Claudio Marcello, ed io ho sentito il bisogno di dirvi: una tavoletta pugillare. Abbiate pazienza e seguitemi, mentre io guardo che senso ha fatto sull'animo del cavaliere il messaggio mattutino della vecchia Gabrina.

Tizio Caio Sempronio si era affrettato, come potete immaginarvi, a rompere il suggello e ad aprire le due facce del pugillare.

— Ah! — esclamò egli, dolcemente commosso, leggendo la prima parola.

Adesso bisognerebbe dir l'ultima, perchè il nome dello scrivente si mette in fondo; ma allora lo si scriveva sempre da principio. Cicero Terentiae suae salutem dicit.

La lettera non era di Cicerone, vi prego di crederlo. Del resto, sentite Caio Sempronio che vi chiarisce il negozio.

— Clodia! — mormorò egli, dopo la prima esclamazione che ho detto. — Come va che quella divina mi scrive? A me, Tizio Caio Sempronio, che le ho parlato a mala pena una volta? —