Il giorno dopo quella famosa cena (giorno che io vi permetterò di chiamare romanamente quarto Nonas Aprilis, poichè era il terzo sopra le None, che cadevano al quinto giorno del mese) il cavaliere Tizio Caio Sempronio si alzò mal volontieri dalle morbide piume.
Quasi non sarebbe mestieri di accennarlo, poichè già s'indovina, argomentando che l'ospite di tutti quei capi scarichi doveva essere andato anche tardi a dormire. Ma siccome tutto è relativo in questo mondo, va detta anche l'ora in cui il nostro cavaliere scese dall'alto giaciglio, non senza bisogno d'aiuto, per non cascar giù dalla scaletta, così assonnato com'era.
Non c'è che dire, i nostri antichi Romani amavano i loro comodi. Avete già veduto che pranzavano sdraiati, appoggiando il torace sul gomito. Figuratevi ora che dormivano su certi letti così alti, da aver mestieri d'uno sgabello, o d'uno scalèo, per salirvi su. Que' letti erano fatti a guisa dei nostri sofà di maggiore grandezza, con una spalliera da capo, con un'alta fiancata dalla parte del muro, e interamente aperti dal lato per cui ci si entrava. L'intelaiatura era tesa con cinghie, che sostenevano un gran materasso, su cui erano collocati un capezzale e un guanciale. Ho veduto uno di questi letti, il letto di Didone, dipinto a suo luogo nel più antico codice dell'Eneide, che è il Virgilio Vaticano. Lo scalèo ha nove gradini; nientemeno! C'era la sua parte di risico, a voltarsi sul fianco.
Torniamo a Tizio Caio Sempronio. Il nostro cavaliere si alzava per solito verso il meriggio. Quel giorno, malgrado la veglia prolungata e i fumi del vino, si alzò alle nove, che era l'hora tertia, nella divisione del giorno presso gli antichi Romani.
Che cosa aveva da fare? La terza era l'ora dei negozi forensi. Exercet raucos tertia causidicos, mi pare che abbia detto Marziale. Ma anche senza essere un causidico, e senza l'obbligo di andare ai tribunali, Tizio Caio Sempronio ci aveva per quel giorno la sua parte di seccature; epperciò, prima di ascendere su quel suo Campidoglio notturno, aveva raccomandato al servo di svegliarlo ad ogni costo per quell'ora insolita. E scosso ripetutamente dal fidato cameriere, che fu mandato a quel paese una mezza dozzina di volte, il povero cavaliere si alzò, per andare a finire di svegliarsi in un bagno d'acqua fresca: ottima cosa al mattino, segnatamente quando non si ha obbligo di berla.
— Andiamo, via! — aveva egli detto tra sè, per consolarsi di quella interruzione al più bel sogno d'oro che mandasse mai l'alba degl'infingardi al più divoto de' suoi cultori. — Bisognerà pensare a quei cari amici, che aspettano un servizio da noi. —
Mentre egli era al bagno, capitò l'ostiario.
— Che c'è? — domandò il cavaliere.
— Padrone, è venuta all'uscio di strada una vecchia....
— Vada a pettinar Proserpina! — gridò Caio stizzito. — Così male ha da cominciare la mia giornata? —