— Anche la tua casa, padrone, finirà come tante e tant'altre, se non provvedi in tempo.
— Ottimamente; ma dimmi, savio Lisimaco. Ci sono ancora.... in tempo?
— Che domanda! Grazie agli Dei, siamo sempre sul sodo.
— Ah, meno male. Mi avevi già fatto paura. Dunque, si possono avere quest'oggi quarantamila sesterzi per compiacere all'amico Postumio Floro? È un imprestito, non ti spaventare, mio vecchio Lisimaco.
— Vado a numerare la somma; — disse l'arcario, dopo aver tratto un sospiro.
— Aspetta ancora. All'imprestito dunque abbiamo provveduto. Ora c'è dell'altro. Mi bisognano, per un altro negozio, sessantamila denari.
— Sessantamila! — balbettò l'arcario, strabuzzando gli occhi. — Hai detto sessantamila....
— Denari, sicuro; che ragguagliati alla moneta di rame fanno dugento e quarantamila sesterzi, o poco meno. Ma non ti confondere; non si tratta di un imprestito, questa volta; si tratta invece di un collocamento, d'una compera di fondi. —
Lisimaco diede una rifiatata, ma senza rallegrarsi molto. Il povero cassiere andava da Scilla a Cariddi. Cessava la paura, sottentrava lo stupore.
— Tu comperi?