Et caedens longi relegit transacta diurni.

L'emisfero del cavedio segnava la terza, e Clodia Metella aveva a mala pena leggiucchiato due pagine della sua favola greca (il greco era per le Romane d'allora quello che è il francese per le dame del tempo nostro) quando si udì un colpo discretamente dato col picchiotto di bronzo all'uscio di strada. Poco dopo, l'ostiario trasse la fune del saliscendi e la porta cigolò sui cardini. Clodia Metella volse a mezzo la testa e diede una sbirciata là in fondo. La cortina si alzava in quel punto; segno che il visitatore era proprio quel desso che la signora aspettava.

Tizio Caio Sempronio comparve nel vano dell'androne, elegantemente vestito di due tuniche, la subucula e l'angusticlavia; quella di lana tinta in violetto, con lunghe maniche, e il lembo che giungeva alla metà della gamba; questa di lana candidissima, con maniche corte e il lembo che terminava alla metà della coscia. Una cintura nascosta sotto un giro di dotte pieghe, le stringeva ambedue alla vita, rompendo artisticamente la dirittura delle due strette liste di porpora, cucite sulla tunica superiore, che erano il distintivo dell'ordine equestre, e che davano appunto alla tunica il suo nome di angusticlavia. Un calzaretto di cuoio colorato come la subucula, allacciato con fettucce incrociate sul collo del piede e avvolte intorno alla gamba fino al principio del polpaccio, compiva dal basso il vestimento del bel cavaliere. Una toga, non troppo stringata nè larga, gli girava intorno al collo, leggiadramente annodata sulla spalla sinistra e trattenuta da un fermaglio d'oro, in cui si vedeva incastonata una gemma. Nella mano destra teneva il pètaso, che si era levato pur dianzi dal capo, mostrando le chiome bionde e ricciolute, spartite con una precisione inappuntabile nel bel mezzo della fronte.

Il nostro cavaliere apparteneva alla classe degli uomini delicati, e non andava per via senza cappello. Del resto, o cappello o berretto, l'usanza di coprire il capo era molto comune. La statuaria romana non ha tenuto conto del cappello, se non per rappresentarci Mercurio, o qualche araldo in viaggio; ma che per ciò? Neanche l'arte nuova dei tempi nostri ardisce scolpire i grandi uomini con la tuba, e i tardi nepoti, se dovessero prender norma dalle nostre scolture, avrebbero a credere che nel secolo decimonono andassero a capo scoperto anche i generali più freddolosi e più gelosamente inferraiolati del mondo. Manfredo Fanti informi, dal suo piedistallo della piazza di San Marco, a Firenze.

Lasciamo dunque da parte le testimonianze infedeli dell'arte scultoria, e badiamo piuttosto agli scrittori latini e a quel tanto di pittura domestica che ci fu conservato da un felice capriccio del Vesuvio. Era lecito agli antichissimi Romani di andare a capo ignudo, in quella guisa che era lecito di portare per unico vestimento un gonnellino intorno alle reni, come i Ceteghi berteggiati da Orazio, o di coprire la nudità con un semplice mantello, come Valerio Publicola, e di custodirsi il capo dai raggi di Febo con un lembo della toga, imitando la frettolosa acconciatura dei cittadini di Gabio. Ma i libri e i dipinti ci mostrano che i Romani non tardarono molto ad imitare dai Greci il pileus e il pileolus, di guisa che se ne videro d'ogni forma, dal berretto frigio di Paride al romano di Bruto, dal berrettino di Priamo a quello di Orazio Flacco, quando era in casa. Il pileus fu il distintivo degli uomini liberi; lo si concedeva ai servi liberati, donde il modo proverbiale: ad pileum vocare; e lo portavano tutti gli schiavi di Roma, nella mascherata dei Saturnali.

Quanto al petasus, cappello di feltro con la fascia bassa e la tesa larga, che gli scultori greci non poterono dispensarsi dal mettere in capo ai cavalieri della processione Panatenaica, effigiati sul Partenone, lo vediamo citato da tutti gli scrittori latini, come un capo di vestiario usato comunemente per via. Plauto lo accenna in più luoghi. Leggete Svetonio e vedrete Augusto che portava il cappello, e così volontieri, da non saperne star senza, neanche tra le pareti domestiche. E questo mi pare un argomento da troncare ogni disputa.

Gabellatemi dunque il cappello di Tizio Caio Sempronio. In altre cose moltissime i Romani antichi non erano dissimili da noi, quantunque l'abitudine del vederli in tragedia ce li abbia fatti credere diversi di costume e di sentimenti. La natura umana è sempre e dovunque la stessa, e i Romani non avevano soltanto la più parte dei nostri usi, ma altresì un buon numero delle nostre delicatezze, ed anche dei nostri vizi. Una cosa non pare che avessero al medesimo grado di noi, quella che certuni chiamano verecondia, ed altri ipocrisia. Ma questa è veramente virtù moderna, e i novellieri italiani e francesi ci mostrano che in tutto il medio evo la si conosceva poco in Europa. E forse anche oggi è praticata ugualmente dappertutto? Noi, verbigrazia, abitatori del continente europeo, non abbiamo tutti gli scrupoli e le titubanze degli Inglesi, e parliamo liberamente delle nostre camicie. È vero, per altro, che non citiamo più ogni sorte d'indumenti, in una scelta conversazione; segno che la verecondia anche tra noi fa passi da gigante.

Ma questa è apparenza. Nella sostanza noi siamo pari agli antichi Romani, e questi somigliavano a noi. Gli uomini di Plutarco, tanto citati a titolo di onore, ne facevano d'ogni cotta, e qualche volta avevano bisogno di cansare il biasimo con un arguto spediente, come avvenne, per esempio, a Scipione Africano, quando gli si domandarono i conti del denaro ricevuto da Antioco. Siamo lungi dai nostri due personaggi. Ma aspettate, fo un salto e ritorno nell'atrio.

CAPITOLO IX. Duettino d'amore.

L'ostiario aveva già pronunziato il necessario: «quis tu?» e, udito il nome del cavaliere, lo ripeteva ad alta voce all'atriense, che era il valletto d'anticamera, il lacchè della padrona di casa. E questi a sua volta, indettato dall'ornatrice, precedeva il visitatore nel tablino.