A questo proposito, mi sembra di avervi già detto, nella mia descrizione di una casa romana, che dall'androne dell'uscio si vedeva per l'appunto il tablino, e che, se la mobile scena di quella camera fosse stata rimossa, si sarebbe anche potuto vedere il peristilio che veniva dopo, e l'eco, ultimo cortile di ogni abitazione un po' ragguardevole.

— È vero; — disse Clodia Metella, con aria sbadata. — Ma c'è rimedio. Dirai all'ostiario che cali la cortina del pròtiro. —

Eutiche s'inchinò, e veduto che la sua padrona non aveva più altro da comandarle, andò a dare le sue istruzioni all'ostiario. La cortina fu calata, e la quiete di Clodia Metella assicurata dallo sguardo dei visitatori importuni.

La bella patrizia si era mollemente abbandonata sulla spalliera del suo seggiolone, e, preso un codice che era su d'un monopodio lì presso, ne andava svolgendo le pagine.

È un errore il credere che i libri, nell'antica Roma, fossero tutti foggiati a volumi, o strisce di papiro incollate insieme, e arrotolate intorno ad un cilindro; donde l'espressione evolvere volumen per dire che si leggeva un libro. Questo era l'uso comune per le opere d'una certa lunghezza. Ma gli antichi avevano anche il codex, libro composto di fogli staccati, legati insieme nella forma dei libri moderni. Quei fogli erano sottili assicelle di legno, rivestite di cera, chiamate per l'appunto caudices; donde il nome di codice, rimasto poscia nell'uso, anche quando al legno si surrogò la carta, o la pergamena. E in questi libricciuoli non si scrivevano soltanto memorie e annotazioni, ma eziandio cose di maggiore importanza, come a dire le leggi; donde più tardi il nome di codex Justinianeus, Theodosianus e via discorrendo, perchè appunto in quella forma di libro riusciva più facile riscontrare una massima, un responso, un canone di giurisprudenza.

Non argomentate da ciò che Clodia Metella rubasse il mestiere ai giureconsulti e studiasse in quel codice gli editti dei pretori, o le leggi delle Dodici Tavole. Dato che il codice fosse la forma più acconcia per un libro da leggicchiarsi senza troppo fastidio, è naturale il pensare che dovesse esser quella d'una raccolta di versi, o d'un romanzo, i soli volumi che potessero andar per le mani d'una signora, a cui non piacesse la disagiata postura che i pittori hanno data alla Sibilla di Cuma e a San Giovanni evangelista.

Clodia Metella aveva proprio per le mani un romanzo. Veramente, il vocabolo non era anche inventato, e dicevasi in quella vece una favola milesia. Perchè questo nome? Ve lo dirò in breve; perchè Mileto, nella Jonia, era la città in cui fiorì primieramente questo genere di letteratura. Distinto dalla storia, accanto ad essa, sorse il romanzo, dopo le conquiste d'Alessandro il Macedone. I vinti Persiani innestarono i propri costumi ai costumi greci, e nella Jonia, che era tragitto fra l'Asia e l'Europa, si composero le favole milesie; accolte con favore perfino dai severi Spartani. Il primo di tali romanzieri fu un Antonio Diogene, co' suoi Amori di Dinia e Dercillide; ma il più celebre di tutti, che può considerarsi il padre del romanzo antico, fu il milesio Aristippo, di cui si citano, uno Specchio di Laide, e gli Amori d'Anzia e di Abròcomo. Le favole milesie passarono in Roma, per cura d'un Cornelio Sisenna, nel tempo che le fazioni di Silla e di Mario affliggevano la repubblica, e veramente (notano gli eruditi) sembrava che tali racconti fossero fatti per ricreare gli spiriti in mezzo alle sanguinose calamità della patria.

Or dunque, la nostra eroina leggicchiava il suo bravo romanzo, come potrebbe fare ognuna di voi, mie graziose lettrici. Se gliene fosse saltato il ticchio (io per altro non gliel'avrei augurato), Clodia Metella avrebbe potuto anche leggere un giornale, come fanno i vostri mariti, aspettando la colazione. Perchè, vedete, questo fiore della umana, sapienza non è mica una cosa moderna. Nil sub sole novi; i giornali, verbigrazia, si usavano già da molti anni in Roma, sotto il nome di acta diurna, e di acta urbis; che sarebbe come a dire i fatti della città.

Il vocabolo diarium era stato usato già da un Sempronio Asellio, il quale scriveva al tempo dell'assedio di Numanzia. Ma perchè c'è discrepanza tra i dotti intorno al vero significato della parola, ci atterremo soltanto a ciò che è stato dimostrato. E infatti si sa che gli acta diurna surrogarono in Roma gli annali dei pontefici, e che la loro pubblicazione dovette essere anteriore al primo consolato di Giulio Cesare (anno 690 ab Urbe condita), donde ebbe solamente principio quella degli Atti del Senato, che venne poi soppressa da Augusto, non permettendosi — più altra pubblicazione fuor quella dei diurna, o diurni; vocabolo da cui si formò quello di diurnale, adoperato principalmente in materia liturgica.

Quei primi esemplari del giornalismo odierno erano una semplice ed arida enumerazione di fatti, e non avevano spesso neanche il merito dell'esattezza. Ma questo, diranno i maligni, è un peccato originale che non hanno lavato più mai. Come si divulgavano? Chi li scriveva? Non se n'ha lume; nessun giornalista ci è stato conservato nelle ceneri pompeiane, o tra i cocci del monte Testaccio. Questo sappiamo, che i giornali, quantunque scritti da gente oscura, si leggevano comunemente, anche dalle signore, mentre sedevano allo specchio e flagellavano a sangue le cosmète che non facevano il loro dovere. Ce lo racconta Giovenale: